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venerdì 9 ottobre 2026

Le tappe principali del percorso manageriale di Manfredi Calabrò

Il percorso di Manfredi Calabrò, manager dalla consolidata esperienza internazionale, si è sviluppato tra l’Italia e il Regno Unito, muovendosi nei territori della comunicazione strategica, della brand governance e della consulenza corporate. Il suo nome resta legato soprattutto al Gruppo Havas (Vivendi), dove ha raggiunto i vertici, e più di recente al Gruppo Veronesi. Alle spalle, una formazione accademica di alto profilo e un’attenzione costante al ruolo sociale delle imprese. Attualmente, è membro del comitato strategico del Centro Studi Grande Milano.

Il manager Manfredi Calabrò

Manfredi Calabrò: la formazione il percorso in Havas

Il profilo di Manfredi Calabrò riflette una costante ricerca dell’eccellenza, consolidata da un Executive MBA alla SDA Bocconi e dal General Management Program della Harvard Business School. Il capitolo più significativo del suo percorso professionale prende forma in Havas, società del Gruppo Vivendi, dove è stato Chairman di Havas Creative Group Italy e CEO di Havas Milan e Havas CX. In questi ruoli, ha coordinato strutture multi-site con oltre 350 professionisti, assumendosi la responsabilità integrale di un P&L da 20 milioni di euro. Ha inoltre gestito mandati globali per brand di rilievo nei settori automotive, luxury e FMCG. Sotto la sua guida, il Gruppo ha rafforzato la propria crescita puntando sia sullo sviluppo interno sia su operazioni di M&A, e i progetti realizzati hanno ottenuto riconoscimenti internazionali per innovazione e impatto culturale.

Manfredi Calabrò tra strategia, responsabilità ESG e incarichi istituzionali

Successivamente, Manfredi Calabrò è stato Advisor del CEO del Gruppo Veronesi, realtà di riferimento dell’agri-food italiano con 3,65 miliardi di euro di fatturato. In questo ruolo, ha supportato le decisioni strategiche su brand e priorità organizzative, in ecosistemi industriali ad alta regolamentazione. Attento all’evoluzione della responsabilità sociale d’impresa, ha promosso l’integrazione dei principi ESG nei modelli operativi, portando le organizzazioni da lui guidate a ottenere la EcoVadis Gold Medal e la certificazione per la parità di genere UNI/PdR 125. Sul piano istituzionale, Manfredi Calabrò è membro del comitato strategico del Centro Studi Grande Milano e del Consiglio Direttivo dell’HBS Club of Italy. Ha inoltre partecipato ai lavori del Consiglio Generale di Aspen Institute Italia e di Confindustria Intellect ed è stato Adjunct Professor presso la LUISS Guido Carli. È anche un osservatore dell’impatto delle tecnologie emergenti e dell’Intelligenza Artificiale sui modelli di business futuri.

giovedì 8 ottobre 2026

ENGIE Italia, Monica Iacono: conclusa la prima edizione del Master realizzato in collaborazione con il POLIMI

Si è tenuto lunedì 21 settembre a Milano il primo Graduation Day del Master in Energy Management and Innovation for Utilities, il percorso di alta formazione ideato da ENGIE Italia insieme a POLIMI Graduate School of Management. Avviato nel 2025, il programma di 16 mesi ha visto protagonisti giovani talenti e professionisti del Gruppo guidato da Monica Iacono.

Monica Iacono

Monica Iacono: il Master sulla transizione energetica ideato da ENGIE Italia e POLIMI

Dall’unione della qualità della formazione accademica all’esperienza di chi ogni giorno opera lungo la filiera dell’energia nel 2025 è nato il Master in Energy Management and Innovation for Utilities. Un progetto ideato dalla collaborazione tra ENGIE Italia e POLIMI Graduate School of Management che per 16 mesi ha coinvolto giovani talenti e professionisti dell’azienda guidata da Monica Iacono. Grazie al contributo dei docenti di POLIMI Graduate School of Management e dei colleghi di ENGIE Italia che hanno messo a disposizione il proprio tempo e la propria esperienza nelle vesti di docenti, tutor e mentor, è nato un Master in grado di preparare sulle sfide reali della transizione energetica. In occasione del primo Graduation Day, tenutosi lo scorso 21 settembre, sono stati presentati i progetti conclusivi e con le testimonianze dei partecipanti, i quali hanno potuto raccontare attraverso la loro esperienza il senso del lavoro fatto. Tra gli interventi della cerimonia, quelli di Vittorio Chiesa, Presidente di POLIMI Graduate School of Management, Davide Chiaroni, Direttore del percorso, Monica Iacono, CEO di ENGIE Italia, Etienne Jacques, Chief HR Officer di ENGIE Italia, Sara Callegari, Head of People Development and DE&I Italy & South Europe Platform di ENGIE e Attilio Di Pierri, Chief Strategy, Regulatory & Public Affairs Officer di ENGIE Italia.

L’intervento della CEO di ENGIE Italia Monica Iacono

Nel suo intervento, la CEO di ENGIE Italia Monica Iacono ha sottolineato quanto sia importante per i nuovi professionisti di un mercato in rapida evoluzione avere la capacità di interpretare i cambiamenti e guidarli attivamente. “Oggi lavorare in questo settore significa essere al centro di una trasformazione profonda. Vuol dire saper leggere la complessità di un ecosistema sempre più interdipendente e tradurlo in soluzioni che generino valore per le imprese, i territori e il Paese”, ha affermato la manager. Poi ha aggiunto: “Anche i percorsi professionali richiedono oggi maggiore apertura a esperienze e competenze diverse. Per molti anni la carriera è stata concepita come un percorso lineare e prevedibile, ma il mondo di oggi ci racconta e ci richiede una storia diversa. Le competenze evolvono rapidamente, i confini tra settori si ridisegnano e il cambiamento è diventato la normalità”. Gli interventi si sono conclusi con l’augurio finale a tutti i diplomati da parte di ENGIE Italia, invitandoli a mantenere intatte la curiosità e la determinazione che hanno caratterizzato questo traguardo.

Fabio Inzani: Digital Twin, il gemello digitale per comprendere come funzionerà un ospedale

Fabio Inzani, alla guida di Tecnicaer Engineering, ha presentato il Digital Twin come strumento per simulare il funzionamento di un ospedale prima della sua realizzazione. Il gemello digitale consente di inserire dati sulla struttura, sulle attività e sui percorsi, testando soluzioni relative a pazienti, personale e gestione degli spazi ospedalieri.

 Fabio Inzani

Fabio Inzani: capire come funzionerà un ospedale con il Digital Twin

Costruire un ospedale non significa solo erigere la struttura, ma anche comprendere come potrà funzionare, quanti pazienti potrà accogliere, quali servizi garantire e di quanto personale avrà bisogno. Il Digital Twin è lo strumento che può simulare l’ospedale prima ancora che esista, presentato da Fabio Inzani al Forum Opere Pubbliche Strategiche di Courmayeur, lo scorso 11 settembre. Il Digital Twin è un ambiente virtuale dell’ospedale, un gemello digitale, in cui inserire dati sulla struttura, sulle attività, sui percorsi o sul suo funzionamento. La rappresentazione virtuale dell’ospedale può essere utilizzata per testare alcune scelte e soluzioni prima di realizzarle, attraverso dati e simulazioni. Come ha illustrato Fabio Inzani all’evento, attraverso il gemello digitale, è possibile simulare quanti pazienti potrebbero arrivare, quanto personale è necessario e come gestire in maniera differente gli spazi.

Fabio Inzani: l’applicazione del Digital Twin, il caso dell’ospedale Felettino di La Spezia

Il concetto che ha sottolineato Fabio Inzani è di pensare fin dalla fase di progettazione alla vita dell’ospedale una volta aperto. Un concreto esempio di questa applicazione è l’ospedale Felettino di La Spezia, progettato da Tecnicaer Engineering, leader della progettazione integrata. La struttura, la cui conclusione dei lavori è prevista per inizio 2028, prevede oltre 56.000 metri quadrati di superfice sanitaria, accogliendo 506 posti letto. La simulazione dell’ospedale presentata da Fabio Inzani a Courmayeur, attraverso il Digital Twin, ha dimostrato come con una organizzazione differente, che non prevede metri quadrati in più, sia possibile generare 20 milioni di euro aggiuntivi di attività sanitaria valorizzata attraverso i DRG. Non sono numeri certi, ma stime progettuali, dimostrando però come e quanto si può migliorare un ospedale prima ancora che sia costruito ed entri in funzione.

mercoledì 7 ottobre 2026

Gruppo Riva: investimenti annuali in qualità, sicurezza e sostenibilità

Specializzata nella produzione di blumi e billette da colata continua, laminati, trafilati, pelati e rettificati destinati a settori quali meccanica, automotive, oil & gas e movimento terra, Gruppo Riva è oggi il primo operatore siderurgico italiano e tra i principali player europei nella produzione di acciai lunghi. L'azienda porta avanti un programma annuale di investimenti in qualità dei processi e sicurezza degli stabilimenti, affiancato da un impegno costante verso la sostenibilità ambientale e l'integrazione della filiera del riciclo dell'acciaio.

Gruppo Riva

Gruppo Riva: dal 1954 alla nascita della produzione diretta di acciaio

Gruppo Riva nasce nel 1954, quando Emilio Riva decide di avviare insieme al fratello Adriano un'attività nel settore siderurgico, in una fase di forte sviluppo industriale per l'Italia del dopoguerra. Nel giro di pochi anni l'attività passa dalla raccolta e commercio di rottami ferrosi alla produzione diretta di acciaio. Nel 1957 il Gruppo avvia il primo stabilimento a Caronno Pertusella, in provincia di Varese, dotandolo di un forno elettrico ad arco della capacità di 25 tonnellate, superiore alla media dei maggiori forni italiani dell'epoca. È il passaggio che segna l'inizio della produzione siderurgica diretta.

Gruppo Riva: innovazione, crescita ed espansione internazionale

Negli anni '60 Gruppo Riva introduce la prima colata continua curva, un'innovazione che sostiene lo sviluppo della produzione: a fine decennio il Gruppo raggiunge circa 300mila tonnellate di acciaio l'anno. Tra gli anni '70 e '80 l'espansione prosegue in Spagna, Francia, Belgio e Germania. Dal 2014 è guidato da Claudio Riva e mantiene oggi siti produttivi in Italia, Francia, Germania, Belgio, Spagna e Canada, con un modello industriale a capitale interamente privato. Il percorso di crescita si accompagna alla valorizzazione del capitale umano, con l'inserimento di diplomati e giovani laureati nei processi produttivi, e all'integrazione nella filiera industriale della raccolta e selezione dei rottami metallici, un passaggio che sostiene il riciclo dell'acciaio nel sistema operativo del Gruppo.

martedì 6 ottobre 2026

Teva: un anticorpo anti-interleuchina-15 per gli adulti celiaci

Teva ha condiviso i primi dati clinici di una nuova sperimentazione in ambito immunologico: il Gruppo ha ottenuto risultati preliminari positivi da uno studio di Fase 2a su TEV-408, anticorpo monoclonale sperimentale anti-interleuchina-15, condotto su pazienti adulti affetti da celiachia. Lo studio, ancora in corso, ha già centrato il proprio obiettivo primario nelle analisi disponibili finora.

Teva

Teva e la ricerca sulla celiachia: i dati di Fase 2a

La celiachia è una malattia autoimmune grave, scatenata dall'esposizione al glutine, che danneggia l'intestino tenue e colpisce circa l'1% della popolazione mondiale. Solo negli Stati Uniti si stima che ne siano affette oltre tre milioni di persone, sebbene una parte consistente dei casi rimanga senza diagnosi. I sintomi possono includere disturbi digestivi cronici, affaticamento, carenze nutrizionali e altre complicazioni che incidono sulla qualità della vita quotidiana. A oggi non esiste alcuna terapia farmacologica approvata per questa condizione. La dieta rigorosamente priva di glutine resta l'unico standard di cura riconosciuto, ma anche i pazienti più attenti possono continuare a manifestare sintomi, infiammazione o lesioni intestinali persistenti a causa di contaminazioni accidentali. Teva, multinazionale che ha condotto lo studio, si inserisce in questo contesto attraverso la ricerca sul TEV-408, molecola sperimentale che agisce bloccando selettivamente l'interleuchina-15, coinvolta nella risposta immunitaria che danneggia i villi intestinali dei pazienti celiaci esposti al glutine. Nello studio di Fase 2a, condotto su 50 partecipanti adulti già a dieta priva di glutine e con un danno intestinale minimo al basale, la somministrazione di una singola dose di TEV-408 ha preceduto di due settimane l'inizio di un'esposizione controllata e quotidiana al glutine, protratta per sei settimane, pensata per verificare la capacità del farmaco di prevenirne gli effetti dannosi sulla mucosa intestinale.

Teva: il disegno dello studio e le prospettive su TEV-408

Alla settimana 8, al termine del periodo di esposizione al glutine, lo studio ha raggiunto l'endpoint primario, misurato attraverso il rapporto Vh:Cd (il rapporto tra altezza dei villi intestinali e profondità delle cripte). I pazienti trattati con TEV-408 hanno registrato una variazione media rispetto al basale di -0,43, contro -0,88 nel gruppo placebo, per una differenza di trattamento di 0,45 (intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,06 e 0,84; p<0,05), un risultato statisticamente significativo e clinicamente rilevante. Il farmaco è risultato inoltre ben tollerato, senza segnali di sicurezza rilevati fino a questa fase della sperimentazione. Lo sviluppo clinico di TEV-408 è sostenuto anche da un accordo con Royalty Pharma, che ha investito 500 milioni di dollari per accelerarne il percorso: in caso di approvazione e lancio commerciale, l'azienda verserà alla società un pagamento legato al raggiungimento di specifici traguardi regolatori e una royalty calcolata sul fatturato netto mondiale generato dal prodotto. Risultati che confermano l'impegno di Teva nell'area dell'immunologia, uno dei due ambiti terapeutici, insieme alle neuroscienze, su cui il Gruppo concentra gli investimenti in ricerca. I limiti degli attuali approcci di gestione della celiachia, fondati sulla sola esclusione del glutine dalla dieta, motivano la ricerca di terapie capaci di intervenire direttamente sui meccanismi della malattia: i dati preliminari su TEV-408 rappresentano un ulteriore tassello nel percorso di ricerca scientifica portato avanti dal Gruppo a livello internazionale.

McFIT: riqualificazione urbana e sociale nell’hinterland napoletano

McFIT supera la visione tradizionale del fitness per posizionarsi come agente di rigenerazione urbana e sociale. L'apertura delle sedi di Secondigliano e Mugnano dimostra come il recupero delle strutture dismesse possa restituire vitalità, opportunità e spazi di aggregazione alle aree periferiche.

 McFIT

McFIT al centro del processo di trasformazione sociale e urbana

Quelle di McFIT non sono semplici palestre. Il benessere fisico infatti non è l’unico scopo di un centro fitness, conta anche il benessere sociale delle persone e creare spazi in cui chi vive in quel territorio può incontrarsi e fare nuove esperienze, generando opportunità soprattutto per i giovani. Sotto la guida di Samuele Frosio, il brand di fitness targato RSG Group ha lo scopo di supportare le persone, aiutandole a prendersi cura di ogni aspetto di sé. Il territorio assume una valenza molto importante per McFIT e le due palestre nell’hinterland napoletano, a Secondigliano e a Mugnano, sono un esempio concreto di come si contribuisca a un processo di trasformazione e riqualificazione urbana e sociale.

McFIT: le palestre di Secondigliano e Mugnano, un esempio di riqualificazione urbana

McFIT punta alla riqualificazione di un territorio quando inaugura un centro fitness, poiché investe per recuperare vecchi edifici e strutture abbandonate. Per quanto riguarda la palestra a Secondigliano, avviata lo scorso maggio, è stato ristrutturato uno stabile che giaceva in stato di abbandono dal 2022. La nuova struttura è dotata di un aspetto totalmente nuovo, con attrezzatura all’avanguardia, zona cardio, pesi liberi, doppia area di allenamento esterno, corsi di gruppo e un’area per gli appassionati di Hybrid Training. La palestra a Mugnano di McFIT, aperta lo scorso giugno, segue esattamente lo stesso approccio e modello di progettazione di quella di Secondigliano. Il brand di fitness guidato da Samuele Frosio rimarca il suo interesse e impegno per le aree periferiche delle città, migliorando non solo il benessere di chi ci vive, ma collaborando anche alla rinascita di quei territori.

Alessandro Fabbroni: Sesa al primo posto nel settore TMT nell’ESG Identity Corporate Index 2026

Guidata dall’AD Alessandro Fabbroni, Sesa conquista il primo posto nella categoria TMT dell'ESG Identity Corporate Index 2026, confermando l'efficacia di una governance orientata alla sostenibilità e alla creazione di valore duraturo per tutti gli stakeholder.

Alessandro Fabbroni

Sesa, sotto la guida di Alessandro Fabbroni, si conferma al primo posto nella categoria TMT

Anche nel 2026 Sesa si è aggiudicata il primo posto tra le aziende che hanno partecipato all’ESG Identity Corporate Index nella categoria Tecnologia, Media e Telecomunicazioni. L’indice, giunto alla sua 11esima edizione, è il primo assesment quantitativo che misura l’identità ESG, valutando l’integrazione dei fattori ESG all’interno della governance aziendale. Quest’anno sono state 109 le aziende coinvolte. “Questo riconoscimento non rappresenta solo una posizione in classifica, ma la dimostrazione concreta di come integriamo ogni giorno i principi di sostenibilità nelle nostre scelte strategiche e nei nostri modelli operativi – ha evidenziato Alessandro Fabbroni, Amministratore Delegato di Sesa, in un post condiviso su LinkedIn – L’ESG Identity Corporate Index misura in modo oggettivo questo percorso e per noi costituisce una conferma importante: stiamo andando nella direzione giusta, rendendo la sostenibilità un elemento strutturale del nostro modo di fare impresa”. La strategia di Sesa e il suo modello di business si basano sulla capacità di creare valore sostenibile nel lungo periodo per tutti gli stakeholder, inclusi clienti, comunità, territori ed ecosistemi in cui l’azienda opera.

Tecnologia avanzata e centralità umana nella visione di Alessandro Fabbroni

L’adozione pervasiva dell’IA trova in Sesa un modello che mette al primo posto le persone, sostenute da un programma di investimenti in competenze e formazione su IA e digital enabler. Digital integrator capace di abilitare l’adozione di IA, Automazione e digital enabler a favore della generazione di valore e dell’innovazione degli stakeholder, la realtà guidata da Alessandro Fabbroni sta proseguendo lungo la rotta tracciata dal Piano Industriale che punta ad avanzare nel processo di trasformazione della piattaforma di enablement della crescita sostenibile per imprese e organizzazioni attraverso soluzioni di innovazione digitale complessa ai processi reali. In questo percorso, l’AD si impegna a promuovere una crescita sostenibile in cui la tecnologia avanzata e la centralità umana procedono di pari passo.

lunedì 5 ottobre 2026

DEAS, la cyber offensive per comprendere la minaccia

"Il problema non è soltanto proteggere le infrastrutture: è comprendere la minaccia": questa la filosofia aziendale di DEAS, che pone lacyber offensive al centro di una difesa realmente efficace. Oggi l’azienda conta circa 200 professionisti attivi anche all’estero, e un'espansione rivolta in particolare al sud-est asiatico.

DEAS

DEAS, Adversary Emulation e ThreatPilot al servizio della difesa

Fin dalle origini come start-up innovativa, DEAS ha costruito il proprio modello attorno a un principio preciso, più volte richiamato dalla fondatrice Stefania Ranzato: "Per oltre un decennio la cybersicurezza è stata raccontata come una disciplina della difesa. Un approccio necessario, ma che oggi non basta più. Il problema non è soltanto proteggere le infrastrutture: è comprendere la minaccia". Da questa premessa nasce la filosofia che pone la cyber offensive, intesa non come attività aggressiva fine a sé stessa, ma come strumento di comprensione dell'avversario, al centro dell'approccio difensivo di DEAS. "Le capacità offensive, intese come capacità di comprendere l'offesa per neutralizzarla, non si trovano sugli scaffali. Si sviluppano attraverso ricerca, sperimentazione continua e confronto con problemi reali", spiega Stefania Ranzato. Su questa impostazione l’azienda ha sviluppato l'Adversary Emulation, strumento che simula le tattiche di un attore ostile reale attraverso le fasi di ricognizione, compromissione iniziale, persistenza, movimento laterale, post-exploitation e reporting, impiegato in comparti strategici delle Forze Armate per testare la resilienza di sistemi e infrastrutture critiche. Alla stessa logica risponde ThreatPilot, l'agente di Intelligenza Artificiale che affianca gli analisti SOC nella gestione del caos operativo generato dal volume quotidiano di allarmi di sicurezza. Anche in questo caso DEAS non punta a sostituire il decisore umano: ThreatPilot è costruito sul principio "keep man-in-the-loop", che mantiene cioè l'analista al centro del processo di risposta, affidando allo strumento la prioritizzazione e l’ordine delle operazioni, non la decisione. Adversary Emulation e ThreatPilot rappresentano due componenti di un unico approccio: comprendere la minaccia per anticiparla, da un lato, e gestire con prontezza la mole di informazioni che ne deriva, dall'altro.

DEAS: crescita, risultati e presenza internazionale

Il percorso di DEAS segna tappe precise: la trasformazione in società per azioni nel 2020, il raggiungimento dello status di leader nazionale nel settore cyber a impiego duale, civile e militare nel 2023, e nel 2024 l'accreditamento presso l'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale del proprio Laboratorio Accreditato di Prova. Oggi il Gruppo conta circa 200 professionisti attivi e un'espansione internazionale rivolta in particolare ai mercati del sud-est asiatico. Tra i risultati più recenti, il team di DEAS si è aggiudicato il primo posto tra le squadre italiane al Global Cyber Skills Benchmark CTF 2026 "Project Nightfall", organizzato da Hack The Box, raggiungendo un "full clear" (69 challenge superate e 126 flag conquistate) ottenuto da sole 15 realtà al mondo, davanti a team riconducibili a Microsoft e NVIDIA, dopo i successi già raccolti nelle edizioni 2024 ("The Vault of Hope") e 2025 ("Operation Blackout"). "Siamo estremamente orgogliosi del risultato raggiunto, frutto di uno straordinario lavoro di squadra di talenti unici", ha commentato Stefania Ranzato, per la quale "le CTF internazionali rappresentano oggi molto più di una semplice competizione tecnica: misurano capacità operative reali, rapidità decisionale, coordinamento, resilienza e capacità di affrontare scenari complessi in tempi estremamente ridotti". Innovazione tecnologica, valorizzazione del capitale umano e apertura ai mercati internazionali restano, nelle sue parole, i tre pilastri dello sviluppo di DEAS, presentata come asset strategico per la sovranità digitale nazionale grazie allo sviluppo interno, senza ricorso a terze parti, di prodotti, piattaforme e algoritmi.

Il ruolo della Fondazione Don Gnocchi per una didattica inclusiva per studenti BES

La Fondazione Don Gnocchi ha rinnovato il suo impegno per l’inclusione scolastica sostenendo Pathway Companion, piattaforma gratuita d’Intelligenza Artificiale per studenti con Bisogni Educativi Speciali dagli 8 ai 16 anni. L’ente apporta competenze cliniche e sicurezza dei dati per offrire una didattica personalizzata.

 Fondazione Don Gnocchi

Il supporto della Fondazione Don Gnocchi a Pathway Companion: esperti e IA per gli studenti BES

La Fondazione Don Carlo Gnocchi ha confermato il suo impegno a sostegno degli studenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) in qualità di partner fondamentale di Pathway Companion, la piattaforma innovativa basata sull’IA per studenti e studentesse tra gli 8 e i 16 anni con BES, ovvero che hanno difficoltà di lettura e comprensione del testo. La piattaforma è disponibile online in via gratuita, con lo scopo di favorire l’accessibilità e una didattica più inclusiva e personalizzata, forte delle competenze cliniche, educative e nell’ambito dell’innovazione. Il ruolo della Fondazione Don Gnocchi è stato cruciale, poiché ha messo a disposizione esperti con un know-how clinico capace di istruire i motori dell’IA, impedendo che dati sensibili o ad alto rischio venissero trasferiti.

Fondazione Don Carlo Gnocchi per l'inclusione scolastica: innovazione e tecnologia per i BES

“Pathway Companion rappresenta un importante traguardo nella cooperazione tra tecnologia avanzata e bisogni reali. Un esempio di innovazione che nasce dal lavoro di squadra tra competenze complementari”, ha dichiarato il Direttore Sviluppo Innovazione della Fondazione Don Gnocchi Furio Gramatica. Una soluzione che unisce ricerca, clinica e tecnologia con l’unico scopo di supportare le persone e il diritto a un’educazione inclusiva. Stando ai dati ISTAT, crescono infatti gli alunni con disabilità nelle scuole, con una percentuale del 26% negli ultimi cinque anni, mentre gli strumenti e le tecnologie per favorire una didattica inclusiva sono ancora carenti. Pathway Companion “è uno strumento che favorisce un’integrazione efficace e un accesso equo dei ragazzi al percorso di apprendimento, contribuendo a migliorare la qualità dell’istruzione e il benessere degli studenti con fragilità”, ha aggiunto la responsabile del Dipartimento di Neuropsichiatria e Riabilitazione dell’Età evolutiva della Fondazione Don Carlo Gnocchi Anna Cavallini. La piattaforma è già stata testata da oltre 1.200 tra insegnanti, professionisti dell’educazione e genitori, e condivisa con istituti comprensivi e scuole secondarie in Italia, Spagna e Portogallo.

Vitali Spa tra i "Leader della Sostenibilità 2026" selezionati da "Il Sole 24 Ore"

Vitali Spa è stata selezionata nella classifica "Leader della Sostenibilità 2026" curata da “Il Sole 24 Ore” in collaborazione con l'ente di ricerca tedesco Statista. Lo studio evidenzia le eccellenze imprenditoriali italiane che dimostrano massima trasparenza in materia di metriche ESG.

Vitali Spa

Sostenibilità: Vitali Spa nella classifica de “Il Sole 24 Ore”

Un percorso strategico, ponderato e costante è alla base del riconoscimento attributo a Vitali Spa da parte de “Il Sole 24 Ore” e Statista, che hanno incluso il Gruppo tra i "Leader della Sostenibilità 2026". L'analisi prende in esame un bacino di oltre 5.000 imprese italiane, valutando 35 parametri focalizzati sugli ambiti ambientale, sociale e di governance (ESG). Come emerso dai risultati, soltanto 240 realtà hanno ottenuto il riconoscimento per la capacità di coniugare crescita economica, innovazione e responsabilità territoriale. Il traguardo attesta un percorso importante compiuto da Vitali Spa, in cui la rendicontazione non finanziaria è ormai parte integrante dei processi decisionali, supportata da strumenti di rilevazione sempre più precisi. Inoltre, la pubblicazione del Bilancio di Sostenibilità —alla seconda edizione nel 2025 — ne rappresenta oggi un pilastro per la pianificazione strategica. Passaggio determinante è stata anche l'evoluzione in Società Benefit, che ha sancito formalmente l'impegno del Gruppo a favore delle persone e dell’ecosistema.

Vitali Spa: iniziative sul campo e progetti strategici

L’inclusione di Vitali Spa tra i "Leader della Sostenibilità 2026" riflette anche i numerosi progetti ad alto impatto portati avanti dal Gruppo. Tra questi, ad esempio, la realizzazione del sistema e-BRT, la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo, così come un pacchetto di interventi fotovoltaici per oltre 500 MW, a cui si affiancano programmi legati all'idrogeno verde e ai data center. Oltre a questo, Vitali Spa opera in iniziative di rilievo nazionale come la riqualificazione del complesso Hennebique a Genova e nel progetto Bergamo Porta Sud: attività che, come riconosciuto anche da “Il Sole 24 Ore” e Statista, consentono al Gruppo di tradurre i valori ESG in interventi tangibili, capaci di generare benefici duraturi e ad alto impatto nel tempo.

Giorgio Busnelli: il ruolo di Amazon nell’innovazione del business

Dal 1997 a oggi Amazon segue ancora gli stessi punti fondamentali descritti da Jeff Bezos: lo ha raccontato Il Country Manager di Amazon Italia Giorgio Busnelli nel suo intervento ad “Actually Podcast”. Tra gli altri argomenti trattati, i principi cardine, l’innovazione nel business retail e il ruolo in Italia del manager verso i clienti e le aziende locali, con lo scopo di creare valore per le PMI che vendono prodotti tramite Amazon.

 Giorgio Busnelli

Giorgio Busnelli: i principi cardine di Amazon che guidano l’innovazione nel business

Ospite di “Actually Podcast” lo scorso 14 settembre, il Country Manager di Amazon Italia Giorgio Busnelli ha parlato del suo ruolo, del metodo e dei principi cardine del Gruppo. Per poter innovare uno dei valori è “learn and be curious”, fondamentale nel momento in cui l’IA ridefinirà la customer experience. “Da un certo punto noi abbiamo iniziato a ospitare i seller sul nostro sito. Oggi, il 60% del nostro business non è retail di Amazon, sono i seller. In Italia ci sono 20.000 piccole medie imprese che ci utilizzano per portare i loro prodotti e clienti in giro per il mondo. Quando fu presa questa decisione mi raccontano che non era assolutamente ovvia”, ha sottolineato Giorgio Busnelli. Un’altra innovazione apportata da Amazon nell’ambito è stata inserire customer review sia positive che negative. Nonostante le critiche iniziali, “si era già capito che per innovare tu devi accettare questa tensione, queste contraddizioni per cui se il prodotto non funziona lo devi dire al cliente. Ne venderò di meno, ma il cliente avrà più fiducia”.

Giorgio Busnelli: Il contributo del Country Manager alla creazione di valore per le comunità

Le innovazioni di Amazon nel business rispettano ancora oggi i punti che Jeff Bezos ha scritto nel ’97, tre anni dopo la fondazione dell’azienda. “Vogliamo essere l'azienda più attenta al cliente al mondo — ha raccontato Giorgio Busnelli — vogliamo pensare sempre al lungo periodo e non abbiamo paura di essere incompresi nel momento in cui stiamo costruendo il futuro. Sono due o tre elementi fondamentali che ci siamo portati dietro e ti dice l'impatto che Jeff ha avuto e perché ha creato un'azienda su principi che poi sono rimasti”. In qualità di Country Manager di Amazon Italia, Giorgio Busnelli ha il compito di trovare risposte per i clienti e le aziende italiane e di portare valore alle comunità. “Uno dei nostri principi è quello di generare impatto e valore per le comunità locali con cui operiamo”.

Epicondilite e epitrocleite: differenze, sintomi, cause e trattamento

 

Epicondilite ed epitrocleite: sono la stessa cosa?

Epicondilite ed epitrocleite non sono la stessa cosa. Sono due condizioni dolorose del gomito che coinvolgono gruppi tendinei differenti e interessano due zone opposte dell’articolazione: l’epicondilite provoca generalmente dolore nella parte esterna del gomito, mentre l’epitrocleite provoca dolore nella parte interna.

L’epicondilite è conosciuta anche come gomito del tennista, mentre l’epitrocleite viene comunemente chiamata gomito del golfista. Entrambe sono associate soprattutto a sovraccarichi e movimenti ripetitivi dell’avambraccio e del polso, ma presentano differenze importanti per quanto riguarda la sede del dolore, i tendini coinvolti, i movimenti che provocano i sintomi e alcune possibili associazioni cliniche.

Riconoscere la differenza tra epicondilite ed epitrocleite è importante per impostare correttamente la diagnosi, il trattamento e il percorso riabilitativo.

Epicondilite ed epitrocleite: qual è la differenza?

La differenza principale riguarda la localizzazione della tendinopatia.

Nell’epicondilite, il dolore interessa prevalentemente la parte esterna del gomito, in corrispondenza dell’epicondilo laterale, dove si inseriscono i tendini dei muscoli estensori dell’avambraccio. È la condizione comunemente definita gomito del tennista.

Nell’epitrocleite, invece, il dolore interessa la parte interna del gomito, in corrispondenza dell’epitroclea, chiamata anche epicondilo mediale. In questa zona si inseriscono i tendini dei muscoli flessori e pronatori dell’avambraccio. Per questo motivo viene definita gomito del golfista.

Caratteristica Epicondilite Epitrocleite
Sede del dolore Parte esterna del gomito Parte interna del gomito
Nome comune Gomito del tennista Gomito del golfista
Tendini coinvolti Estensori dell’avambraccio Flessori e pronatori dell’avambraccio
Movimenti dolorosi Presa, estensione del polso, sollevamento Flessione del polso, pronazione, presa
Attività associate Tennis, lavori manuali, mouse, strumenti Golf, lanci, pesi, lavori manuali
Possibile coinvolgimento nervoso Meno caratteristico Possibile interessamento del nervo ulnare

Quindi, anche se epicondilite ed epitrocleite possono avere un meccanismo simile, non si tratta della stessa patologia.

Che cos’è l’epicondilite?

L’epicondilite, conosciuta come gomito del tennista, è una delle principali cause di dolore nella parte laterale del gomito.

Nonostante il nome faccia riferimento all’infiammazione, nella maggior parte dei casi si tratta di una tendinopatia caratterizzata da alterazioni degenerative del tessuto tendineo, legate soprattutto a sovraccarichi ripetuti.

I tendini maggiormente interessati sono quelli dei muscoli estensori dell’avambraccio che si inseriscono sull’epicondilo laterale.

L’epicondilite può colpire persone che praticano tennis o altri sport con movimenti ripetitivi del braccio, ma non è una patologia esclusiva degli sportivi.

Può infatti comparire anche in chi svolge attività lavorative manuali, utilizza frequentemente strumenti vibranti, pratica giardinaggio oppure esegue per molte ore movimenti ripetitivi della mano e del polso.

Anche attività apparentemente meno impegnative, come l’utilizzo prolungato del mouse o della tastiera, possono contribuire al sovraccarico quando si associano ad altri fattori predisponenti.

Epicondilite

Quali sono i sintomi dell’epicondilite?

Il sintomo principale è il dolore nella parte esterna del gomito.

Il dolore può irradiarsi lungo la parte esterna dell’avambraccio e tende ad aumentare durante attività che richiedono una presa della mano o l’utilizzo degli estensori del polso.

Alcuni movimenti tipici che possono provocare dolore sono:

  • stringere un oggetto;

  • sollevare una borsa o una bottiglia;

  • aprire un barattolo;

  • utilizzare un attrezzo;

  • stringere la mano;

  • estendere il polso contro resistenza;

  • praticare attività sportive che richiedono l’utilizzo ripetuto dell’avambraccio.

In alcuni pazienti può comparire anche una riduzione della forza della presa.

Che cos’è l’epitrocleite?

L’epitrocleite, conosciuta come gomito del golfista, è una tendinopatia che interessa la parte interna del gomito.

In questa zona si trova l’epitroclea, una prominenza ossea dell’estremità inferiore dell’omero sulla quale si inseriscono i tendini dei muscoli flessori del polso e delle dita e dei muscoli pronatori dell’avambraccio.

Anche in questo caso il problema può essere provocato da sovraccarichi ripetuti e microtraumi, che nel tempo possono determinare alterazioni del tessuto tendineo.

Il nome gomito del golfista deriva dalla frequenza con cui questa condizione può manifestarsi nei golfisti, ma l’epitrocleite può interessare anche persone che non praticano questo sport.

È possibile riscontrarla, per esempio, in sportivi che eseguono lanci ripetuti, nei sollevatori di pesi e in persone che svolgono lavori manuali caratterizzati da movimenti ripetitivi della mano e del polso.

Quali sono i sintomi dell’epitrocleite?

Il sintomo caratteristico è il dolore nella parte interna del gomito, che può estendersi lungo il lato interno dell’avambraccio.

Il dolore può aumentare durante:

  • flessione del polso;

  • pronazione dell’avambraccio;

  • presa di oggetti;

  • sollevamento di pesi;

  • attività manuali ripetitive;

  • movimenti sportivi che richiedono l’utilizzo intenso dei muscoli flessori e pronatori.

In alcuni casi può essere presente una riduzione della forza della mano.

Un elemento da non trascurare è il possibile coinvolgimento del nervo ulnare, che passa vicino alla parte interna del gomito. Se il nervo è irritato o compresso, possono comparire formicolii, sensazioni di scossa elettrica o alterazioni della sensibilità soprattutto a livello del quarto e quinto dito della mano.

Epicondilite o epitrocleite: come capire quale si ha?

La localizzazione del dolore rappresenta uno degli elementi più utili per distinguere le due condizioni.

Quando il dolore è prevalentemente sul lato esterno del gomito, soprattutto durante la presa e l’estensione del polso, si può pensare a un’epicondilite.

Quando invece il dolore è localizzato sul lato interno del gomito e aumenta durante la flessione del polso o la pronazione dell’avambraccio, l’epitrocleite può essere una delle possibili cause.

Questa distinzione, tuttavia, non è sufficiente per formulare una diagnosi.

Il dolore al gomito può infatti derivare da numerose altre condizioni, tra cui problemi articolari, lesioni dei legamenti, neuropatie, patologie della cartilagine o conseguenze di traumi.

Per questo motivo, in presenza di dolore persistente, è importante una valutazione specialistica.

Perché compaiono epicondilite ed epitrocleite?

Epicondilite ed epitrocleite condividono diversi fattori di rischio.

Il principale è il sovraccarico funzionale.

Movimenti ripetuti eseguiti per periodi prolungati possono sottoporre i tendini a sollecitazioni superiori alla loro capacità di recupero. Nel tempo possono comparire alterazioni della struttura tendinea e dolore.

Tra i fattori che possono favorire il problema troviamo:

  • attività sportive ripetitive;

  • tecnica sportiva non corretta;

  • aumento improvviso dell’intensità dell’allenamento;

  • lavori manuali ripetitivi;

  • utilizzo frequente di strumenti;

  • movimenti ripetuti del polso;

  • sollevamento frequente di pesi;

  • assenza di adeguati periodi di recupero.

Non è quindi corretto pensare che il gomito del tennista riguardi esclusivamente chi gioca a tennis o che il gomito del golfista riguardi esclusivamente chi pratica golf.

Come vengono diagnosticate?

La diagnosi di epicondilite ed epitrocleite è principalmente clinica.

Durante la visita specialistica vengono valutati:

  • la sede precisa del dolore;

  • la storia dei sintomi;

  • le attività lavorative e sportive;

  • l’ampiezza dei movimenti del gomito;

  • la forza della mano;

  • la presenza di dolore durante specifici movimenti contro resistenza;

  • eventuali sintomi neurologici.

Gli esami strumentali possono essere utilizzati quando è necessario approfondire il quadro clinico o escludere altre patologie.

La radiografia può essere utile per valutare eventuali alterazioni ossee o articolari.

L’ecografia permette di studiare i tendini e può evidenziare alterazioni strutturali compatibili con una tendinopatia.

La risonanza magnetica può essere indicata in casi selezionati, soprattutto quando la diagnosi non è chiara o si sospettano lesioni associate.

Come si curano epicondilite ed epitrocleite?

Il trattamento dipende dalla durata dei sintomi, dalla loro intensità, dalle caratteristiche della tendinopatia e dalle esigenze funzionali del paziente.

Nella maggior parte dei casi si inizia con un trattamento conservativo.

Questo può comprendere una riduzione temporanea delle attività che provocano dolore, la modifica dei gesti lavorativi o sportivi e un programma di fisioterapia.

La riabilitazione può comprendere esercizi di mobilità, stretching e soprattutto un progressivo programma di rinforzo muscolare e tendineo.

L’obiettivo non è semplicemente eliminare il dolore, ma recuperare la capacità del tendine di sopportare gradualmente i carichi.

In alcuni casi possono essere utilizzate terapie fisiche o altre strategie terapeutiche, valutate dallo specialista sulla base della situazione individuale.

Quando i sintomi persistono nonostante un adeguato trattamento conservativo, possono essere prese in considerazione ulteriori opzioni, comprese alcune procedure infiltrative.

La chirurgia viene generalmente riservata ai casi selezionati e resistenti ai trattamenti conservativi, quando il dolore e la limitazione funzionale persistono nel tempo.

Epicondilite ed epitrocleite possono comparire insieme?

Sì, anche se non è la situazione più comune.

Una persona può sviluppare contemporaneamente dolore sul lato esterno e sul lato interno del gomito, soprattutto quando svolge attività che sottopongono a carico ripetuto sia i muscoli estensori sia quelli flessori dell’avambraccio.

Quando il dolore interessa entrambe le zone, è ancora più importante non attribuire automaticamente i sintomi a una semplice tendinopatia.

Una valutazione specialistica può aiutare a comprendere se siano realmente presenti due tendinopatie oppure se il dolore derivi da un’altra struttura del gomito.

Epicondilite e epitrocleite: quando rivolgersi allo specialista?

È consigliabile effettuare una valutazione specialistica quando il dolore al gomito persiste nonostante la riduzione delle attività che lo provocano, quando tende a peggiorare o quando interferisce con il lavoro, lo sport o le normali attività quotidiane.

È particolarmente importante rivolgersi a uno specialista quando compaiono:

  • dolore persistente;

  • perdita di forza della mano;

  • importante limitazione dei movimenti;

  • gonfiore;

  • dolore dopo un trauma;

  • formicolii alla mano;

  • alterazioni della sensibilità del quarto e quinto dito;

  • difficoltà nello svolgimento delle normali attività.

Una diagnosi corretta permette infatti di distinguere epicondilite ed epitrocleite da altre patologie che possono provocare dolore al gomito.

Dr. Marco Scacchi, specialista in patologie del gomito e della spalla

La diagnosi e il trattamento delle patologie del gomito richiedono una valutazione che tenga conto dell’anatomia articolare, della biomeccanica e delle esigenze funzionali della persona.

Il Dr. Marco Scacchi è specialista in patologie del gomito e della spalla e si occupa della diagnosi e del trattamento conservativo e chirurgico delle principali problematiche che interessano queste articolazioni nell’adulto.

Il suo approccio integra evidenze scientifiche aggiornate, esperienza clinica specialistica e ascolto delle esigenze di ogni paziente, con l’obiettivo di costruire un percorso di cura personalizzato e sostenibile nel tempo.

Nel caso di epicondilite ed epitrocleite, la valutazione specialistica permette di identificare la sede e la causa del dolore e di distinguere una tendinopatia da altre possibili patologie del gomito.

Il trattamento viene quindi definito sulla base delle caratteristiche del singolo caso, considerando la sintomatologia, le attività quotidiane, il lavoro, lo sport e la risposta alle terapie già effettuate.

Il Dr. Marco Scacchi è chirurgo ortopedico specializzato in chirurgia del gomito e della spalla. Si occupa sia di trattamento conservativo sia di trattamento chirurgico ed è autore di pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali e di capitoli di libri. È inoltre membro della Società Italiana della Chirurgia della Spalla e del Gomito (SICSeG).

Epicondilite ed epitrocleite: conclusioni

Epicondilite ed epitrocleite non sono la stessa patologia.

L’epicondilite, o gomito del tennista, interessa principalmente la parte esterna del gomito e i tendini dei muscoli estensori dell’avambraccio.

L’epitrocleite, o gomito del golfista, interessa invece la parte interna del gomito e i tendini dei muscoli flessori e pronatori.

Entrambe possono essere associate a sovraccarichi, movimenti ripetitivi e microtraumi e possono provocare dolore, riduzione della forza e difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane o sportive.

La sede del dolore può fornire un primo indizio, ma non è sufficiente per stabilire autonomamente la diagnosi. Una valutazione specialistica consente di identificare la causa del disturbo e di impostare il trattamento più appropriato.

Nella maggior parte dei casi il percorso terapeutico è inizialmente conservativo e comprende modifica delle attività e riabilitazione. Le procedure più invasive e la chirurgia vengono considerate solo nei casi selezionati.

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non sostituisce una visita medica. In presenza di dolore persistente al gomito, è consigliabile rivolgersi a uno specialista per una valutazione personalizzata.

Frattura del capitello radiale: quando serve l’intervento?

Frattura del capitello radiale: sintomi, cura e recupero

La frattura del capitello radiale è una delle lesioni ossee più frequenti a carico del gomito nell’adulto e rappresenta circa un terzo delle fratture che interessano questa articolazione. Nella maggior parte dei casi può essere trattata senza intervento chirurgico, ma una diagnosi accurata è fondamentale per stabilire il percorso terapeutico più adatto e ridurre il rischio di complicanze.

Una frattura del capitello radiale può infatti determinare non soltanto dolore e gonfiore, ma anche una limitazione del movimento del gomito, difficoltà nella rotazione dell’avambraccio e, nei casi più complessi, instabilità articolare.

Il trattamento dipende soprattutto dal tipo di frattura, dal grado di spostamento dei frammenti, dalla presenza di un eventuale blocco del movimento e dalle lesioni associate.

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Che cos’è il capitello radiale?

Il radio è una delle due ossa dell’avambraccio, insieme all’ulna. La sua estremità superiore, quella che entra in rapporto con il gomito, è chiamata capitello radiale.

Il capitello radiale presenta una caratteristica forma a disco e svolge un ruolo importante sia nei movimenti sia nella stabilità del gomito.

Una delle sue funzioni principali riguarda la rotazione dell’avambraccio. Grazie alla particolare conformazione dell’articolazione, il radio può ruotare permettendo i movimenti di pronazione e supinazione, cioè la possibilità di orientare il palmo della mano verso il basso o verso l’alto.

Il capitello radiale contribuisce inoltre alla stabilità del gomito, soprattutto quando l’articolazione è sottoposta a forze dirette verso l’esterno o quando sono presenti lesioni dei legamenti.

Per questo motivo, quando si verifica una frattura, è importante valutare non soltanto l’osso fratturato, ma anche la funzionalità complessiva dell’articolazione e l’eventuale presenza di altre lesioni.

Come avviene la frattura del capitello radiale?

Il meccanismo traumatico più comune è una caduta sulla mano con il braccio teso.

Durante una caduta, la persona tende istintivamente ad appoggiare la mano per proteggersi. L’energia dell’impatto viene trasmessa lungo l’avambraccio fino al gomito e il capitello radiale può urtare contro l’omero, provocando la frattura.

Questo meccanismo può verificarsi in numerose situazioni.

La frattura del capitello radiale può comparire dopo una caduta domestica oppure per strada, ma è frequente anche durante alcune attività sportive. Calcio, ciclismo, sci e pattinaggio sono esempi di attività nelle quali una caduta sul braccio può determinare questo tipo di trauma.

Negli incidenti stradali l’energia del trauma può essere maggiore e la frattura può associarsi ad altre lesioni del gomito, dell’avambraccio o del polso.

La valutazione deve quindi considerare l’intero arto superiore e non esclusivamente la sede in cui il paziente avverte il dolore maggiore.

Frattura del capitello radiale: quali sono i sintomi?

I sintomi dipendono dall’entità della frattura e dalla presenza di eventuali lesioni associate.

I disturbi più frequenti comprendono:

Susan Carol Holland: un modello di inclusione sociale alla base della mission della Fondazione Amplifon

Susan Carol Holland presiede la Fondazione Amplifon, nata nel 2020 per promuovere iniziative dedicate all’inclusione sociale. Dal progetto “Ciao!” al volontariato d’impresa, la Fondazione coinvolge il personale, le istituzioni e le comunità locali, sviluppando attività rivolte agli anziani in Italia e in altri Paesi attraverso una rete di collaborazioni territoriali.

 Susan Carol Holland

Susan Carol Holland: la Fondazione Amplifon per l’inclusione sociale

Quello della Fondazione Amplifon, presieduta da Susan Carol Holland, è un modello che si espande sempre più e che mette al centro delle proprie iniziative l’inclusione sociale e il coinvolgimento del personale, delle istituzioni e delle comunità locali. La Fondazione è nata nel 2020, in concomitanza col 70esimo anniversario di Amplifon, e per l’occasione ha avviato la sua prima iniziativa, “Ciao!”. Il progetto aveva lo scopo di combattere l’isolamento sociale delle persone anziane che vivevano nelle RSA durante la pandemia da COVID-19, attraverso sistemi di video connessione e un programma di attività. Dopo il successo riscosso dall’iniziativa promossa da Susan Carol Holland, “Ciao!” è arrivata anche in altri Paesi, coinvolgendo circa 30.000 anziani nel 2026, in 310 strutture in Italia e 50 all’estero tra Australia, Belgio, Francia, Portogallo, Spagna e Svizzera.

Susan Carol Holland: il volontariato d’impresa nella Fondazione Amplifon

Oltre all’espansione del progetto all’estero, grazie alle varie collaborazioni strette con enti e istituzioni, la Fondazione presieduta da Susan Carol Holland ha intensificato il programma di volontariato aziendale. Allo scorso anno, sono più di 900 le partecipazioni dei dipendenti di Amplifon alle iniziative promosse, a cui si aggiungono le oltre 1.180 azioni di volontariato compiute nei Paesi in cui è attiva la Fondazione. Nella città di Milano il coinvolgimento dei dipendenti ha toccato il picco del 40%, per progetti come “Indovina chi viene a casa”, che nel Municipio 9 di Milano ha reso partecipe nel 2025 circa 100 anziani e altrettanti volontari, e “Vicini in Città”, che nel Municipio 4 coinvolge oltre 300 anziani della comunità di Sant’Egidio. Grazie all’impegno di Susan Carol Holland, quello della Fondazione Amplifon è un modello che fa del volontariato d’impresa un pilastro per creare reti di inclusione sociale con anziani, territori e volontari.

Gomito rigido: cause, diagnosi e cura. Il trattamento a Roma | Dr. Marco Scacchi

 

Rigidità del gomito a Roma: cause, sintomi e trattamenti

La rigidità del gomito è una condizione caratterizzata dalla riduzione della normale capacità dell’articolazione di muoversi. Può rendere difficili gesti apparentemente semplici, come piegare il braccio per portare una mano alla bocca, estendere completamente il gomito, vestirsi, lavarsi il viso o ruotare l’avambraccio.

Il problema può comparire dopo un trauma, una frattura o una lussazione, ma anche in presenza di artrosi, artrite, infiammazione o dopo un intervento chirurgico. La gravità è variabile: in alcuni casi il movimento è soltanto parzialmente limitato, mentre nelle forme più severe il gomito può diventare quasi completamente bloccato.

Quando la rigidità persiste e limita le normali attività quotidiane, è importante individuare la causa del problema e valutare il trattamento più appropriato. A Roma, il Dr. Marco Scacchi si occupa della diagnosi e del trattamento conservativo e chirurgico delle patologie del gomito e della spalla.

Che cos’è la rigidità del gomito?

La rigidità del gomito consiste in una riduzione dell’ampiezza del movimento articolare rispetto alla normale funzionalità.

Il gomito permette principalmente i movimenti di:

  • flessione;

  • estensione;

  • pronazione dell’avambraccio;

  • supinazione dell’avambraccio.

In condizioni normali, il gomito consente un’ampia escursione articolare, indispensabile per utilizzare correttamente la mano nello spazio. Quando questa mobilità viene ridotta, anche movimenti quotidiani possono diventare difficili o dolorosi.

La rigidità può essere conseguenza di alterazioni dell’articolazione, della capsula, dei legamenti, dei muscoli o dei tessuti circostanti. In alcuni pazienti possono inoltre svilupparsi aderenze, calcificazioni o ossificazioni che ostacolano meccanicamente il movimento.

Quando il gomito perde completamente la capacità di movimento si parla invece di anchilosi, una condizione molto più grave.

Gomito rigido

Quali sono le cause del gomito rigido?

Le cause della rigidità del gomito sono numerose. Una delle più frequenti è rappresentata dai traumi.

Rigidità dopo frattura

Una frattura dell’omero, del radio o dell’ulna può compromettere la normale mobilità del gomito. Il rischio aumenta quando la frattura interessa direttamente la superficie articolare oppure quando è associata a una lussazione.

Anche il periodo di immobilizzazione necessario dopo una frattura può contribuire alla perdita di movimento. Per questo motivo, quando le condizioni cliniche lo consentono, il recupero della mobilità viene generalmente iniziato secondo le indicazioni dello specialista e del fisioterapista.

Rigidità dopo lussazione del gomito

La lussazione può provocare una lesione importante dei tessuti capsulari e legamentosi. Durante il processo di guarigione possono formarsi cicatrici e aderenze che limitano progressivamente la mobilità.

Una rigidità residua può quindi persistere anche dopo il trattamento della lussazione.

Artrosi del gomito

L’artrosi del gomito determina un progressivo deterioramento della cartilagine articolare. Con l’evoluzione della malattia possono comparire dolore, limitazione del movimento e, in alcuni casi, osteofiti che ostacolano fisicamente la flessione o l’estensione.

L’artrosi può essere primaria oppure comparire come conseguenza di precedenti traumi o fratture.

Artrite e malattie infiammatorie

Le patologie infiammatorie croniche, come l’artrite reumatoide, possono interessare il gomito causando dolore, gonfiore e progressiva perdita della mobilità.

In questi casi è fondamentale trattare anche la malattia responsabile dell’infiammazione, oltre a valutare le condizioni specifiche dell’articolazione.

Rigidità dopo un intervento chirurgico

In alcuni pazienti la limitazione del movimento può comparire dopo un intervento al gomito. La formazione di tessuto cicatriziale e aderenze, insieme all’immobilizzazione postoperatoria, può contribuire allo sviluppo della rigidità.

Per questo la riabilitazione rappresenta spesso una componente importante del percorso di recupero.

Quali sono i sintomi della rigidità del gomito?

Il sintomo principale è la riduzione del movimento.

Il paziente può accorgersi, per esempio, di non riuscire più a:

  • estendere completamente il braccio;

  • piegare il gomito come prima;

  • portare facilmente la mano alla bocca;

  • ruotare l’avambraccio;

  • svolgere alcune attività sportive;

  • compiere gesti quotidiani come vestirsi o lavarsi.

Alla limitazione articolare possono associarsi altri sintomi.

Dolore

Il dolore può comparire durante il movimento o quando si tenta di superare il limite articolare. Il tipo e la localizzazione del dolore possono fornire allo specialista informazioni utili sulla possibile causa della rigidità.

Gonfiore

Un gomito gonfio può presentarsi soprattutto dopo un trauma o in presenza di una patologia infiammatoria.

Sensazione di blocco

Alcuni pazienti descrivono la sensazione che il gomito "si blocchi" durante la flessione o l’estensione. Questo fenomeno può essere legato anche alla presenza di osteofiti, corpi liberi o altre alterazioni che ostacolano il movimento.

Formicolii alla mano

Quando la patologia interessa anche strutture nervose vicine al gomito, in particolare il nervo ulnare, possono comparire formicolio, perdita di sensibilità o sensazioni simili a scosse elettriche a livello del quarto e quinto dito della mano.

Come viene diagnosticata la rigidità del gomito?

La diagnosi parte dalla visita specialistica.

Il medico valuta la storia del paziente, eventuali traumi precedenti, interventi chirurgici, patologie articolari e attività lavorative o sportive. Viene quindi analizzata l’ampiezza del movimento e verificata la presenza di dolore, instabilità, blocchi articolari o altri segni clinici.

Gli esami strumentali possono comprendere:

Radiografia

La radiografia del gomito, generalmente eseguita in più proiezioni, consente di valutare le strutture ossee, eventuali artrosi, deformità, conseguenze di fratture e presenza di osteofiti.

TAC

La tomografia computerizzata (TAC) può essere particolarmente utile quando è necessario analizzare con maggiore precisione la componente ossea.

Può fornire informazioni importanti sulla presenza e sulla posizione di ossificazioni, calcificazioni, osteofiti e deformità, oltre a consentire una valutazione dettagliata degli esiti di precedenti fratture.

Risonanza magnetica

La risonanza magnetica viene utilizzata in situazioni selezionate per approfondire le condizioni dei tessuti molli, dei tendini, dei legamenti, della capsula articolare e di altre strutture che possono contribuire alla sintomatologia.

Come si cura la rigidità del gomito?

Il trattamento deve essere stabilito in base alla causa della rigidità, alla sua gravità, alla durata del problema e alle esigenze funzionali del paziente.

Non esiste quindi un'unica cura valida per tutti i casi.

Fisioterapia e trattamento conservativo

Quando possibile, il trattamento conservativo rappresenta una delle prime strategie.

La fisioterapia può comprendere esercizi finalizzati a recuperare progressivamente la mobilità, stretching e programmi riabilitativi personalizzati.

L’obiettivo è migliorare la funzione del gomito evitando, quando possibile, procedure invasive.

Il trattamento deve tuttavia essere calibrato sulla causa della rigidità. Forzare eccessivamente un’articolazione che presenta una lesione o un ostacolo meccanico può infatti non essere appropriato.

Farmaci

In presenza di dolore o infiammazione, il medico può valutare l’utilizzo di farmaci appropriati alla situazione clinica del paziente.

La terapia farmacologica non risolve necessariamente la causa meccanica della rigidità, ma può contribuire al controllo dei sintomi nell’ambito di un trattamento complessivo.

Quando è necessario operare?

La chirurgia della rigidità del gomito può essere presa in considerazione quando la limitazione funzionale è importante e il trattamento conservativo non consente di ottenere un risultato soddisfacente.

L’intervento viene scelto sulla base della causa specifica.

In alcuni casi è necessario liberare l’articolazione dalle aderenze e dal tessuto cicatriziale che impedisce il movimento. In altri può essere necessario rimuovere osteofiti, ossificazioni o correggere deformità ossee.

Il trattamento può essere eseguito, in pazienti selezionati, attraverso una procedura artroscopica, mentre in altre situazioni può essere necessario un intervento a cielo aperto.

Nei casi più complessi, caratterizzati da una grave compromissione dell’articolazione, possono essere prese in considerazione procedure ricostruttive o, quando indicato, la protesi di gomito.

La scelta della tecnica chirurgica deve essere personalizzata e tenere conto dell’età del paziente, delle condizioni dell’articolazione, della causa della rigidità e delle richieste funzionali.

Rigidità del gomito: perché è importante intervenire tempestivamente?

Una rigidità persistente non dovrebbe essere sottovalutata.

Il gomito è un’articolazione particolarmente complessa e la perdita di pochi gradi di movimento può avere conseguenze significative sulla funzionalità dell’arto superiore. La mano, infatti, necessita di un corretto posizionamento nello spazio per consentire molte delle attività quotidiane.

Una valutazione specialistica permette di comprendere se la limitazione sia prevalentemente dovuta a una contrattura dei tessuti molli, a un problema osseo, a un processo degenerativo, a un trauma precedente o a una combinazione di più fattori.

La diagnosi della causa è quindi il primo passo per scegliere il trattamento più adatto.

Rigidità del gomito a Roma: il ruolo dello specialista

Chi presenta una significativa perdita di movimento del gomito può rivolgersi a uno specialista della chirurgia del gomito per una valutazione approfondita.

A Roma, il Dr. Marco Scacchi si occupa delle patologie del gomito e della spalla dell’adulto, attraverso un approccio che integra valutazione clinica, diagnostica per immagini e scelta personalizzata del trattamento.

Il percorso terapeutico può comprendere sia strategie conservative sia, quando necessario, un trattamento chirurgico.

L’obiettivo non è semplicemente aumentare l’escursione articolare, ma recuperare la migliore funzione possibile del gomito tenendo conto delle caratteristiche e delle necessità di ogni paziente.

Domande frequenti sulla rigidità del gomito

Quali sono le cause più frequenti della rigidità del gomito?

Tra le cause più comuni ci sono traumi, fratture, lussazioni, immobilizzazione prolungata, artrosi, artrite e interventi chirurgici precedenti. La causa deve essere individuata attraverso una valutazione specialistica.

Il gomito rigido può tornare a muoversi normalmente?

Dipende dalla causa, dalla durata della rigidità e dalle condizioni dell’articolazione. In alcuni casi fisioterapia e trattamento conservativo permettono un buon recupero; nelle forme più severe può essere necessario un trattamento chirurgico.

La fisioterapia è utile per la rigidità del gomito?

Sì, può essere una componente importante del trattamento, soprattutto quando la rigidità è legata a una limitazione dei tessuti molli. Il programma deve essere personalizzato in base alla causa del problema.

Quando la rigidità del gomito richiede un intervento?

L’intervento può essere valutato quando la rigidità determina una significativa limitazione funzionale e il trattamento conservativo non è sufficiente, oppure quando esiste un ostacolo meccanico che impedisce il movimento.

Quale specialista tratta la rigidità del gomito?

La valutazione può essere effettuata da un ortopedico con specifica esperienza nelle patologie e nella chirurgia del gomito. A Roma, il Dr. Marco Scacchi si occupa della diagnosi e del trattamento delle patologie del gomito e della spalla.

Conclusioni

La rigidità del gomito può derivare da traumi, fratture, lussazioni, artrosi, artrite, immobilizzazione o precedenti interventi chirurgici. Il sintomo principale è la perdita di movimento, che può associarsi a dolore, gonfiore e, in alcuni casi, disturbi neurologici.

Una diagnosi accurata consente di distinguere le forme prevalentemente legate ai tessuti molli da quelle in cui esiste un ostacolo osseo o una grave alterazione articolare.

Il trattamento può comprendere fisioterapia, terapia farmacologica e, nei casi più complessi, chirurgia del gomito. La scelta deve essere personalizzata sulla base della causa e delle caratteristiche individuali del paziente.

Per chi cerca un specialista del gomito a Roma, il Dr. Marco Scacchi è un chirurgo ortopedico dedicato al trattamento conservativo e chirurgico delle patologie del gomito e della spalla.

Per una valutazione specialistica è possibile prenotare una visita oppure contattare lo studio.

venerdì 2 ottobre 2026

Frattura-lussazione del gomito: cause, sintomi e trattamento Fratture-lussazioni del gomito: diagnosi e trattamento

 

Frattura-lussazione del gomito: cause, sintomi e trattamento

La frattura-lussazione del gomito è una lesione complessa che interessa contemporaneamente le strutture ossee e articolari del gomito. Si verifica quando, oltre alla frattura di una o più ossa dell'articolazione, si verifica anche la dislocazione delle superfici articolari, associata a una lesione dei legamenti.

Si tratta quindi di un tipo di trauma che può coinvolgere diverse strutture del gomito. Accanto alle lesioni legamentose, le ossa maggiormente interessate dalle fratture sono l'ulna e il radio prossimale, cioè la porzione superiore delle due ossa dell'avambraccio.

Le fratture-lussazioni del gomito possono presentarsi con diversi pattern di lesione. Tra questi rientrano, ad esempio, la terribile triade del gomito e le varianti delle fratture-lussazioni di Monteggia.

Per la complessità di queste lesioni è importante arrivare a una diagnosi accurata e definire il trattamento in relazione al tipo e alla gravità del trauma.

Che cos'è una frattura-lussazione del gomito

Con il termine frattura-lussazione del gomito si indica una lesione nella quale sono presenti contemporaneamente una o più fratture e una lussazione dell'articolazione.

La frattura interessa principalmente l'ulna e il radio prossimale, mentre la lussazione comporta la perdita dei normali rapporti tra le superfici articolari. A queste lesioni ossee possono associarsi anche lesioni legamentose.

La combinazione di frattura e lussazione rende questo tipo di trauma particolarmente complesso e richiede una valutazione delle strutture coinvolte.

Tra i diversi pattern di lesione possono essere presenti la terribile triade del gomito e le varianti delle fratture-lussazioni di Monteggia.

Cause delle fratture-lussazioni del gomito

Le fratture-lussazioni del gomito possono essere provocate da traumi diretti oppure indiretti.

Una delle situazioni più frequenti è la caduta sul braccio esteso. Quando il peso corporeo viene trasmesso attraverso il braccio disteso, può generarsi una forza sufficiente a provocare la lussazione dell'articolazione e le associate lesioni ossee.

Anche gli incidenti sportivi possono essere responsabili di questo tipo di trauma. Gli sport di contatto, come rugby e pallacanestro, così come la ginnastica, possono esporre il gomito a collisioni, cadute e movimenti bruschi.

Un'altra possibile causa è rappresentata dal trauma diretto sul gomito. Una caduta o un impatto direttamente sulla regione articolare può provocare una frattura e l'eventuale dislocazione delle ossa del gomito.

La modalità con cui si è verificato il trauma costituisce quindi un elemento importante nella valutazione iniziale del paziente.

Sintomi della frattura-lussazione del gomito

I sintomi di una frattura-lussazione del gomito possono comparire immediatamente dopo il trauma.

Il principale sintomo è generalmente un dolore acuto e intenso localizzato nella zona interessata, che può aumentare durante qualsiasi tentativo di movimento.

È frequente anche la comparsa di un evidente gonfiore attorno al gomito. In presenza di una lussazione può inoltre essere visibile una deformità dell'articolazione, dovuta alla perdita dei normali rapporti articolari.

Tra i principali sintomi possono quindi essere presenti:

  • dolore acuto e intenso al gomito;

  • gonfiore evidente;

  • deformità dell'articolazione;

  • difficoltà o impossibilità a muovere il gomito;

  • intorpidimento o formicolio al braccio e alla mano.

La presenza di intorpidimento o formicolio può indicare un possibile interessamento delle strutture vascolo-nervose e deve quindi essere valutata nell'ambito dell'esame clinico.

Frattura-lussazione del gomito

Diagnosi della frattura-lussazione

La diagnosi della frattura-lussazione del gomito richiede una valutazione accurata sia delle strutture ossee sia dei tessuti coinvolti.

L'esame fisico permette di valutare il gomito attraverso la palpazione e l'analisi del range di movimento. Vengono inoltre valutate la sensibilità e la circolazione del braccio.

Tra gli esami utilizzati per la diagnosi rientra innanzitutto la radiografia standard in due proiezioni. La radiografia consente di rilevare la presenza delle fratture e di valutare la congruenza articolare.

Nei casi più complessi può essere indicata la TC, Tomografia Computerizzata, che permette di ottenere immagini dettagliate delle ossa e delle strutture articolari coinvolte.

In alcune situazioni può essere consigliata anche la risonanza magnetica (RM), utile per valutare i possibili danni ai tessuti molli, compresi tendini e legamenti.

La combinazione della valutazione clinica e degli esami strumentali consente di definire il quadro della lesione e di individuare il trattamento più appropriato.

Come si tratta una frattura-lussazione del gomito

Il trattamento della frattura-lussazione del gomito varia in relazione alla gravità della lesione e alle strutture interessate.

Riduzione della lussazione

Quando è presente una lussazione, il primo obiettivo è riportare l'articolazione nella sua posizione naturale.

L'ortopedico può effettuare una riduzione chiusa, cioè una manovra manuale per riportare le ossa nella corretta posizione.

Quando necessario, invece, la riduzione può essere eseguita attraverso un intervento chirurgico.

La modalità di trattamento viene stabilita in relazione al tipo di lesione e alle condizioni dell'articolazione.

Immobilizzazione

Dopo la riduzione, il gomito può essere immobilizzato mediante gesso o tutore.

Il periodo di immobilizzazione indicato nel contenuto di riferimento varia generalmente dalle 2 alle 6 settimane, in relazione alla situazione specifica.

L'immobilizzazione ha lo scopo di proteggere l'articolazione durante la fase iniziale del recupero.

Intervento chirurgico

La chirurgia può essere necessaria nel trattamento delle fratture-lussazioni del gomito quando sono presenti fratture complesse o scomposte.

L'intervento può inoltre essere necessario per riparare eventuali lesioni dei legamenti o dei tessuti molli.

La decisione di ricorrere alla chirurgia dipende quindi dal tipo e dalla gravità della frattura-lussazione e dalle strutture interessate.

Riabilitazione dopo una frattura-lussazione del gomito

La riabilitazione del gomito rappresenta una parte fondamentale del percorso di recupero.

Dopo la fase iniziale di immobilizzazione, la fisioterapia permette di lavorare sul recupero del range di movimento e della forza del gomito.

Nel contenuto di riferimento, la riabilitazione viene generalmente iniziata 1-2 settimane dopo la rimozione del tutore o del gesso e può avere una durata compresa tra 2 e 6 mesi, a seconda della gravità della lesione.

I tempi di recupero possono quindi variare in relazione al tipo di frattura-lussazione e alla sua gravità.

L'obiettivo della riabilitazione è recuperare progressivamente la funzionalità dell'articolazione e la forza del gomito.

Prognosi e possibili complicazioni

Le fratture-lussazioni del gomito presentano un buon tasso di guarigione quando vengono trattate adeguatamente.

Circa l'80-90% dei pazienti recupera una funzionalità adeguata dell'articolazione. Tuttavia, anche dopo un trattamento corretto possono comparire alcune complicazioni.

Tra quelle indicate rientrano:

  • rigidità del gomito;

  • instabilità cronica;

  • dolore persistente.

Queste complicazioni possono svilupparsi nel 10-20% dei casi e possono rendere necessari ulteriori interventi o terapie specializzate.

Per questo motivo, il trattamento della frattura-lussazione non si conclude con la riduzione della lussazione o con l'eventuale intervento chirurgico, ma comprende anche il successivo percorso riabilitativo.

Il ruolo del chirurgo del gomito

La complessità delle fratture-lussazioni rende importante una valutazione specialistica che tenga conto delle diverse strutture coinvolte, dalle ossa ai legamenti e ai tessuti molli.

Il Dr. Marco Scacchi, specialista chirurgo in Patologie del gomito e della spalla, si occupa delle patologie e delle lesioni che interessano il gomito, comprese le condizioni traumatiche che possono richiedere un trattamento chirurgico.

La valutazione specialistica permette di analizzare il tipo di frattura, la presenza della lussazione e delle eventuali lesioni associate, oltre a definire il percorso terapeutico e riabilitativo.

Per approfondire il tema delle fratture-lussazioni del gomito, è possibile consultare la pagina dedicata alla patologia.

[APPROFONDISCI LE FRATTURE-LUSSAZIONI DEL GOMITO]

Conclusioni

La frattura-lussazione del gomito è una lesione complessa nella quale una frattura ossea si associa alla dislocazione delle superfici articolari e a possibili lesioni dei legamenti.

Le cause possono essere diverse e comprendono soprattutto cadute sul braccio esteso, incidenti sportivi e traumi diretti sul gomito.

Dolore intenso, gonfiore, deformità, difficoltà a muovere l'articolazione e alterazioni della sensibilità del braccio o della mano sono tra i principali sintomi.

La diagnosi si basa sull'esame clinico e sugli esami strumentali, tra cui radiografia, TC e, in alcuni casi, risonanza magnetica.

Il trattamento può comprendere la riduzione della lussazione, l'immobilizzazione, la chirurgia nei casi più complessi e un successivo percorso di riabilitazione.

Una valutazione specialistica e un adeguato percorso terapeutico sono fondamentali per favorire il recupero della funzionalità del gomito e ridurre il rischio di complicazioni come rigidità, instabilità cronica e dolore persistente.

Gomito del tennista: come riconoscere e trattare l’epicondilite

 

Epicondilite o gomito del tennista: sintomi, diagnosi e trattamento

L'epicondilite, comunemente conosciuta come gomito del tennista, è una delle principali cause di dolore nella parte laterale del gomito. Si tratta di una condizione che interessa i tendini estensori del braccio nel punto in cui si inseriscono sull'epicondilo laterale, una prominenza ossea situata sulla parte esterna dell'articolazione.

Nonostante il termine “epicondilite” richiami un processo infiammatorio, questa condizione non deve essere considerata una vera e propria infiammazione del tendine. Si tratta piuttosto di una tendinosi, cioè di una condizione di degenerazione del tendine, associata a dolore e infiammazione localizzati soprattutto nella zona esterna del gomito.

L'epicondilite interessa più frequentemente le persone tra i 30 e i 50 anni. È presente in circa l'1-3% della popolazione generale e risulta particolarmente frequente tra gli sportivi e nelle persone che svolgono attività caratterizzate da movimenti ripetitivi delle braccia.

Perché si sviluppa l'epicondilite

Alla base dell'epicondilite ci sono principalmente microtraumi ripetuti dei tendini che si inseriscono sull'epicondilo laterale.

Movimenti eccessivi o particolarmente intensi dell'avambraccio e del polso possono infatti sottoporre i tendini a un sovraccarico ripetuto. Nel tempo, la continua sollecitazione può favorire la comparsa di microlesioni e contribuire alla degenerazione del tessuto tendineo.

Il tennis rappresenta una delle attività maggiormente associate al cosiddetto gomito del tennista, proprio per la ripetitività dei movimenti del braccio e del polso. Tuttavia, l'epicondilite non interessa esclusivamente chi pratica questo sport.

Anche alcune attività lavorative e quotidiane possono sottoporre i tendini a sollecitazioni ripetute. Tra queste rientrano i lavori manuali intensivi e ripetitivi, l'utilizzo di strumenti vibranti, il giardinaggio e l'uso prolungato del mouse.

Un ruolo importante è quindi rappresentato dal sovraccarico dei tendini e dalla mancanza di adeguati periodi di riposo.

I sintomi del gomito del tennista

Il sintomo più caratteristico dell'epicondilite è il dolore laterale al gomito. Il dolore può rimanere localizzato nella zona dell'epicondilo laterale oppure irradiarsi lungo l'avambraccio fino al polso.

In genere, la sintomatologia tende ad aumentare durante l'attività fisica e durante alcuni movimenti che fanno parte della vita quotidiana.

Sollevare un oggetto, stringere la mano o ruotare il polso possono infatti provocare o accentuare il dolore.

Con il peggioramento della condizione, il dolore può diventare più persistente e, nelle fasi avanzate, può essere presente anche a riposo. La sintomatologia può inoltre arrivare a limitare in maniera significativa la mobilità dell'arto.

Un altro elemento che può accompagnare l'epicondilite è la riduzione della forza della presa. Circa il 75-80% delle persone colpite presenta una sensibilità dolorosa localizzata sull'epicondilo laterale, mentre oltre il 50% può manifestare debolezza della presa.

Questi elementi devono essere valutati nel contesto della storia clinica e dell'esame del paziente.

Come viene diagnosticata l'epicondilite

La diagnosi dell'epicondilite si basa principalmente sulla valutazione clinica e sull'anamnesi.

Raccogliere le informazioni relative ai sintomi, alle attività svolte e alle modalità con cui compare il dolore permette di orientare la valutazione. L'esame clinico è inoltre importante per confermare il sospetto di epicondilite e per escludere altre possibili cause di dolore nella parte laterale del gomito.

In determinate situazioni possono essere utilizzati anche esami strumentali.

Tra quelli che possono essere presi in considerazione rientrano:

  • radiografia standard;

  • ecografia;

  • risonanza magnetica, o RMN.

Gli esami strumentali possono aiutare a confermare il sospetto clinico, a valutare l'entità del danno a carico del tendine oppure a individuare altre possibili cause del dolore.

La valutazione clinica rimane quindi un elemento fondamentale nell'inquadramento del problema.

Quali sono i trattamenti per l'epicondilite

Il trattamento dell'epicondilite viene stabilito in relazione alla gravità dei sintomi e può prevedere un approccio conservativo oppure, nei casi in cui i trattamenti conservativi non risultino efficaci, un trattamento chirurgico.

L'obiettivo iniziale è intervenire sulla sintomatologia attraverso misure conservative.

Riposo e trattamento conservativo

Il primo approccio comprende generalmente il riposo e la limitazione dell'attività che ha provocato il disturbo.

Può essere indicata anche l'applicazione del ghiaccio per ridurre l'infiammazione e l'utilizzo di farmaci anti-infiammatori non steroidei, i cosiddetti FANS, per contribuire ad alleviare il dolore.

Fino al 90% dei casi di epicondilite si risolve con queste misure di automedicazione.

Quando il trattamento conservativo risulta efficace, non è quindi necessario ricorrere alla chirurgia.

Fisioterapia ed esercizi

La fisioterapia per l'epicondilite rappresenta un altro importante elemento del trattamento conservativo.

La riabilitazione può comprendere esercizi di stretching e di rinforzo muscolare, che sono spesso raccomandati e possono aumentare la probabilità di guarigione attraverso il trattamento conservativo.

Possono inoltre essere utilizzate terapie come l'ultrasuonoterapia, la laserterapia e la terapia con onde d'urto, che possono favorire la guarigione e contribuire alla riduzione del dolore.

Il percorso viene quindi definito in relazione alla situazione del paziente e all'evoluzione della sintomatologia.

Le infiltrazioni per l'epicondilite

Quando il dolore persiste possono essere prese in considerazione anche le infiltrazioni di plasma ricco di piastrine (PRP).

La letteratura scientifica attuale, invece, sconsiglia l'utilizzo di corticosteroidi per via infiltrativa.

Le infiltrazioni rappresentano quindi una possibilità di trattamento nei casi caratterizzati da dolore persistente, nell'ambito della valutazione complessiva della condizione.

Quando è necessario l'intervento chirurgico

Nella maggior parte dei casi l'epicondilite viene trattata senza intervento chirurgico. Tuttavia, nei casi in cui i trattamenti conservativi non abbiano successo dopo 6-12 mesi, può essere necessario valutare il trattamento chirurgico.

Si tratta di una percentuale limitata di pazienti, pari a circa il 10-15% dei casi.

L'intervento può avere l'obiettivo di rimuovere il tessuto danneggiato oppure di riparare i tendini lesionati.

L'asportazione del tessuto degenerato può essere effettuata attraverso una procedura a cielo aperto, con un'incisione localizzata nella regione laterale del gomito, oppure mediante artroscopia.

Nel trattamento artroscopico vengono utilizzate piccole incisioni che consentono di introdurre gli strumenti necessari per visualizzare l'articolazione ed eseguire l'escissione del tessuto interessato.

La scelta della procedura dipende dalla situazione del paziente e dalla valutazione dello specialista.

Epicondilite e attività quotidiane

Il fatto che l'epicondilite venga comunemente chiamata gomito del tennista può far pensare che si tratti di una patologia esclusivamente legata allo sport.

In realtà, il sovraccarico dei tendini può essere associato anche a numerose attività quotidiane o lavorative.

L'utilizzo prolungato del mouse, il giardinaggio, i lavori manuali ripetitivi e l'impiego di strumenti vibranti sono alcuni esempi di attività che possono contribuire alla comparsa del disturbo.

Anche per questo motivo, la valutazione delle abitudini e delle attività svolte dal paziente rappresenta una parte importante dell'anamnesi.

Epicondilite

Il ruolo dello specialista nelle patologie del gomito

Quando il dolore laterale al gomito persiste o limita le normali attività, una valutazione specialistica permette di analizzare i sintomi e individuare il percorso di trattamento più appropriato.

Il Dr. Marco Scacchi, specialista chirurgo in Patologie del gomito e della spalla, si occupa della valutazione delle patologie del gomito e delle relative possibilità terapeutiche.

L'approccio al trattamento dell'epicondilite può infatti partire dalle misure conservative e dalla riabilitazione, mentre nei casi che non rispondono ai trattamenti conservativi può essere presa in considerazione la chirurgia.

Per approfondire il tema dell'epicondilite e del gomito del tennista, è possibile consultare anche la pagina dedicata alla patologia sul sito di riferimento.

[APPROFONDISCI L'EPICONDILITE]

L'epicondilite, conosciuta anche come gomito del tennista, è una delle principali cause di dolore laterale al gomito e può interessare sia gli sportivi sia le persone che svolgono attività manuali o ripetitive.

Il dolore, che può estendersi dall'epicondilo laterale verso l'avambraccio e il polso, può essere accompagnato da una riduzione della forza della presa e da una limitazione dei movimenti.

La diagnosi si basa principalmente sulla valutazione clinica e sull'anamnesi, mentre in alcuni casi possono essere utili radiografia, ecografia o risonanza magnetica.

Il trattamento è inizialmente conservativo e può comprendere riposo, limitazione dell'attività, ghiaccio, FANS, fisioterapia ed esercizi di stretching e rinforzo. In caso di dolore persistente possono essere valutate le infiltrazioni di PRP.

Nei casi in cui i trattamenti conservativi non risultino efficaci dopo 6-12 mesi, può essere necessario ricorrere alla chirurgia, attraverso una procedura a cielo aperto oppure artroscopica.

La valutazione da parte di uno specialista permette di definire il percorso più appropriato in base alla situazione specifica del paziente.