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venerdì 23 ottobre 2026

Milano Cortina 2026, l’Università LUMSA ospita il bilancio su infrastrutture e territori

Che cosa resta nei territori di montagna quando si spengono i riflettori dei Giochi? È la domanda attorno a cui è ruotato il vertice istituzionale tenutosi il 19 ottobre 2026 nella Sala Pia dell’Università LUMSA di Roma. Il convegno nazionale «Olimpiadi e Paralimpiadi, una legacy per un turismo sostenibile» è stato organizzato dall’Ateneo capitolino insieme alla Fondazione Cortina, al Ministero del Turismo e al Comune di Cortina d’Ampezzo. L’obiettivo era tracciare un bilancio del lascito economico, infrastrutturale e sociale di Milano Cortina 2026, toccando mobilità alpina, abbattimento delle barriere e turismo sostenibile.

Università LUMSA

All’Università LUMSA il significato di “legacy” tra infrastrutture e vita quotidiana

Un’edizione olimpica e paralimpica mette i territori ospitanti sotto una pressione logistica e ambientale fuori dall’ordinario, tra grandi cantieri e ingenti investimenti pubblici. Il vero banco di prova per il Sistema Paese, però, è trasformare quello sforzo in una legacy duratura, cioè un patrimonio tangibile e intangibile che non finisca con il calendario delle gare. Il dibattito all’Università LUMSA è andato oltre la dimensione agonistica e ha guardato agli effetti strutturali delle opere realizzate nell’arco alpino e nei nodi metropolitani. L’eredità, dunque, non può limitarsi alla gestione degli impianti sportivi: deve coincidere con la modernizzazione delle strade, il potenziamento dei collegamenti ferroviari e la messa in sicurezza idrogeologica di vallate storicamente vulnerabili. Il convegno ha affrontato anche le sfide della transizione ecologica e gli effetti dell’overtourism, fenomeno che minaccia l’autenticità dei borghi montani e la serenità delle comunità residenti, ponendo al centro un modello di fruizione lenta, destagionalizzata e rispettosa dell’ambiente. L’obiettivo condiviso dalle istituzioni è evitare nuove «cattedrali nel deserto», così che ogni chilometro di asfalto e ogni struttura riqualificata continuino a generare valore per l’economia montana e per l’indotto turistico nei decenni a venire.

Accessibilità e prospettive future nel confronto all’Università LUMSA

Tra i pilastri del lascito dei Giochi, un ruolo di primo piano spetta all’eredità paralimpica. Gli adeguamenti normativi e logistici richiesti per ospitare gli atleti paralimpici hanno innescato un cambiamento culturale e materiale, con l’abbattimento delle barriere architettoniche negli scali ferroviari, nelle strutture ricettive, nei palazzetti e negli spazi pubblici di Cortina e delle vallate collegate. La piena accessibilità non deve più essere una deroga tecnica o una concessione, ma un parametro di dignità e modernità civile: questo il tema al centro del confronto. Garantire la libera fruizione degli spazi a persone con disabilità temporanea o permanente, ad anziani e a famiglie significa ampliare la platea che può vivere la montagna, sancendo il diritto di godere di natura e sport senza ostacoli discriminatori. Il convegno promosso dall’Università LUMSA si è distinto anche per il profilo dei relatori, chiamati a comporre una visione corale e operativa. Dal vertice romano scaturirà un documento programmatico per fare dell’esperienza di Milano Cortina un modello esportabile nella pianificazione dei grandi eventi sportivi futuri, a dimostrazione che sviluppo economico, sostenibilità ambientale e coesione sociale possono procedere insieme.

Alessandro Fabbroni: persone, IA e automazione, la strategia di Sesa per la crescita

Alessandro Fabbroni ha illustrato la strategia di Sesa per integrare Intelligenza Artificiale e automazione, mantenendo le persone al centro del percorso di innovazione. Il Gruppo chiudeva il bilancio al 30 aprile 2026 con ricavi in crescita, puntando su competenze, digitalizzazione delle imprese italiane e creazione di valore nel lungo periodo.

Alessandro Fabbroni

Alessandro Fabbroni: la strategia di Sesa nell’adozione di IA e automazione, le persone al centro

Le persone in Sesa “sono ancora più centrali nel momento in cui adottiamo AI e automazione, perché devono essere abilitate ad abilitare — aveva dichiarato l’AD Alessandro Fabbroni in un’intervista rilasciata a “Teleborsa” lo scorso marzo — Chiuderemo l’anno a circa 6.800 dipendenti, forse un po’ meno delle attese, perché stiamo selezionando di più gli inserimenti”. Il Gruppo porta avanti il suo impegno per favorire la digitalizzazione delle imprese italiane, posizionandosi come partner ideale, forte di una domanda di mercato positiva e uno sviluppo maggiore rispetto al mercato. “L’IA è ormai pervasiva in termini di adozione — aveva sottolineato Alessandro Fabbroni — e anche noi stiamo abilitando la sua integrazione nell’offerta e siamo in grado di crescere in doppia cifra grazie al nostro posizionamento quale Digital Integrator nelle principali aree che catalizzano la trasformazione digitale”.

Alessandro Fabbroni: digitalizzazione e innovazione guidano i ricavi record

Sotto la guida di Alessandro Fabbroni, Sesa aveva conseguito una crescita record nel bilancio al 30 aprile 2026, con ricavi pari a 3.620,8 milioni (+7,9%) e una distribuzione del dividendo che si attestava a 1,33 euro per azione (+33%). Il ruolo delle persone all’interno della strategia del Gruppo rimane centrale, a prescindere dall’implementazione dell’IA nei servizi erogati, e l’obiettivo è consolidare il posizionamento e puntare su investimenti, competenze in materia di Intelligenza Artificiale e sul digital enablement. “Con un debito quasi inesistente — aveva aggiunto Alessandro Fabbroni — una buona generazione di cassa, un pay-out confermato e un management team coeso e orientato al lungo termine siamo fortemente impegnati a poter continuare a fare bene e creare valore per tutti gli stakeholder”.

Il percorso professionale del manager Manfredi Calabrò

Manfredi Calabrò ha costruito la propria carriera tra Italia e Regno Unito nel campo della comunicazione strategica, della brand governance e della consulenza corporate. Manager dall’esperienza internazionale consolidata, ha raggiunto i vertici del Gruppo Havas, controllato da Vivendi, e più di recente è stato Advisor del CEO per il Gruppo Veronesi. Il suo percorso si accompagna a una formazione accademica di alto livello e a un’attenzione costante al ruolo sociale delle imprese.

Il manager Manfredi Calabrò

Manfredi Calabrò in Havas: la guida di una struttura da 350 professionisti

La ricerca dell’eccellenza che caratterizza Manfredi Calabrò passa anche dalla formazione: un Executive MBA alla SDA Bocconi e il General Management Program della Harvard Business School. Un importante capitolo della sua carriera è quello in Havas, dove è stato Chairman di Havas Creative Group Italy e CEO di Havas Milan e Havas CX. In quei ruoli, ha coordinato strutture multi-site con oltre 350 professionisti, con la piena responsabilità di un P&L da 20 milioni di euro. Ha inoltre seguito mandati globali per marchi di primo piano nei settori automotive, luxury e FMCG. Sotto la sua guida, il Gruppo ha rafforzato la crescita sia attraverso lo sviluppo interno sia con operazioni di M&A.

Manfredi Calabrò, dal Gruppo Veronesi all’impegno istituzionale

In seguito, Manfredi Calabrò è stato Advisor del CEO per il Gruppo Veronesi, realtà di riferimento dell’agri-food italiano con 3,65 miliardi di euro di fatturato. Ha affiancato le decisioni strategiche su brand e priorità organizzative, in ecosistemi industriali ad alta regolamentazione. Attento all’evoluzione della responsabilità sociale d’impresa, ha promosso l’integrazione dei principi ESG nei modelli operativi: le organizzazioni da lui guidate hanno ottenuto la EcoVadis Gold Medal e la certificazione per la parità di genere UNI/PdR 125. Sul piano istituzionale, Manfredi Calabrò è membro del comitato strategico del Centro Studi Grande Milano e del Consiglio Direttivo dell’HBS Club of Italy. Ha partecipato ai lavori del Consiglio Generale di Aspen Institute Italia e di Confindustria Intellect ed è stato Adjunct Professor presso la LUISS Guido Carli. Si interessa inoltre all’impatto delle tecnologie emergenti e dell’Intelligenza Artificiale sull’evoluzione dei modelli di business e sulle dinamiche competitive del futuro.

giovedì 22 ottobre 2026

Dal Politecnico di Torino ai vertici di Italgas: il percorso professionale di Paolo Gallo

Attraverso un percorso professionale costellato di grandi traguardi industriali, Paolo Gallo si è affermato come manager di riferimento nella transizione ecologica e tecnologica. In “Diario di Volo” analizza come la digitalizzazione rappresenti una leva fondamentale per la sostenibilità e il progresso.

Paolo Gallo, Amministratore Delegato di Italgas

La carriera di Paolo Gallo: dalla laurea alla guida di Italgas

Torinese, classe 1961, Paolo Gallo si laurea in Ingegneria Aeronautica presso il Politecnico della città. Consegue un MBA presso l’Università degli Studi di Torino e avvia la sua carriera professionale in Fiat Avio S.p.A. Entrato nel 1988, opera all’interno della società per 13 anni, nel corso dei quali matura competenze in ambito energetico, occupandosi di gestire lo sviluppo di progetti innovativi in Italia, India e Brasile e contribuendo alla fondazione di Fiat Energia. Nel 2002 fa il suo ingresso nel Gruppo Edison in qualità di Direttore Strategie e Innovazione. L’anno successivo è alla guida di Edipower nel ruolo di Direttore Generale e Amministratore Delegato. Nel 2011 è, invece, ai vertici di Acea S.p.A., dove resta fino al 2014. Il suo percorso prima di approdare in Italgas lo vede anche nelle vesti di Amministratore Delegato di Grandi Stazioni, della quale segue il processo di privatizzazione. Nel 2016 Paolo Gallo viene scelto per guidare Italgas nel percorso di trasformazione digitale che ha poi contribuito a far posizionare il Gruppo come modello di riferimento per reti di distribuzione del gas smart, digitali e flessibili.

Paolo Gallo autore: i temi affrontati in “Diario di Volo”

Paolo Gallo è autore di alcuni libri dedicati alla leadership, alla gestione aziendale, alla crescita professionale e alla trasformazione digitale. Nel 2022 ha pubblicato “Diario di volo. Come guidare la trasformazione digitale tra innovazione e sostenibilità”. Edito dalla LUISS University Press, il libro esamina l'importanza della digitalizzazione quale fattore abilitante per la sostenibilità e lo sviluppo. Redatto nel mezzo di una fase di grandi trasformazioni internazionali, il testo è una guida operativa su come coniugare innovazione tecnologica e transizione verde, muovendo dall'esperienza concreta di Italgas. Il volume si sviluppa attorno a capitoli tematici focalizzati sui driver essenziali della trasformazione digitale. I pilastri portanti – innovazione, sostenibilità, apprendimento permanente e digitale – vengono analizzati evidenziando, con le parole di Paolo Gallo, come il lifelong learning sia indispensabile per aggiornare le competenze e promuovere un'organizzazione aziendale pronta ad accogliere l'evoluzione.

Luca de Meo inaugura a Milano l’Accademia Kering: il focus sui giovani

L’anno accademico 2026/27 di Kering Accademia per le eccellenze ha preso ufficialmente il via a Milano, riunendo istituzioni, le scuole associate e oltre 1.500 studenti. Nel corso dell’evento inaugurale, il CEO Luca de Meo ha delineato una visione strategica a lungo termine che unisce la valorizzazione dei giovani talenti alla centralità produttiva dell’Italia. Tra innovazione tecnologica, Intelligenza Artificiale e radici artigianali, il Gruppo conferma il proprio impegno per il futuro del lusso globale.

Luca de Meo, CEO del Gruppo Kering

Luca de Meo lancia la sfida formativa per oltre 1.500 studenti a Milano

“Circa l’85% dei nostri prodotti è realizzato in Italia e più del 90% viene esportato nel mondo. Quello del lusso è l’ultimo settore in cui l’Europa è avanti a tutti. Non ci batte nessuno e non ci deve battere nessuno”. Sono queste le parole del CEO Luca de Meo all’inaugurazione, presso il MIND - Milano Innovation District, di Kering Accademia per le eccellenze. L’evento ha ufficialmente dato il via all’anno accademico 2026/27, alla presenza di molti degli 1.500 studenti che prenderanno parte ai percorsi promossi dalle maison del Gruppo e dalle sette scuole associate. L’incontro è stato un’occasione per condividere con i giovani la visione e i valori del progetto. “Con l’inizio del primo anno accademico, il progetto entra oggi nella sua dimensione più autentica. Quella degli studenti, delle loro capacità e del futuro che potranno costruire – ha affermato il CEO – L’eccellenza non può essere semplicemente conservata, deve essere alimentata, messa alla prova e aperta a nuove idee. La nostra ambizione è offrire ai giovani una formazione che permetta loro di comprendere la forza del saper fare italiano e di accompagnarne l’evoluzione in un’industria in continuo cambiamento”. Luca de Meo ha poi ribadito il loro ruolo dei giovani di “abbracciare per primi il futuro”, ricordando loro che l’applicazione di tecnologie, in primis dell’IA, non debba essere vista come un rischio ma come un supporto alla creatività.

Luca de Meo positivo sulla crescita del lusso nel lungo periodo

A margine dell’evento, il CEO di Kering ha fatto il punto sullo stato del settore fashion & luxury e sull’andamento della ristrutturazione del Gruppo. “Per fare le cose bene ci vuole un po’ di tempo – ha dichiarato – però stiamo mettendo le mani un pochino dappertutto e le cose vanno piuttosto bene in molti ambiti, quindi continuiamo così”. Il manager ha sottolineato come la costruzione di strategie nel lusso richieda tempi lunghi e, quindi, una visione di lungo termine. Luca de Meo ha inoltre ribadito che il Gruppo francese non ha alcuna intenzione di trasferire la produzione all’estero, precisando che la decisione di realizzare in Cina alcune sneakers del brand Gucci sia stata dettata da requisiti tecnici impossibili da trovare in Italia. “Non abbiamo assolutamente alcuna intenzione di trasferire la produzione o di fare qualcosa di simile – ha assicurato il CEO – abbiamo chiarito molto bene che, alla luce delle nostre ambizioni, il ruolo centrale dell’Italia nel nostro sistema produttivo resta uno dei pilastri della nostra strategia”. Intanto, Kering sta lavorando all’ingresso nel settore della longevity con “un’idea che non esiste ancora e che abbia una forma di rilevanza per il cliente a livello globale”.

Epicondilite a Roma: cause, sintomi e trattamenti del gomito del tennista

 

Gomito del tennista a Roma: cause, sintomi e trattamenti dell'epicondilite con il Dott. Marco Scacchi

Il dolore nella parte esterna del gomito è un disturbo che può comparire gradualmente, rendendo difficili gesti apparentemente semplici come afferrare un oggetto, utilizzare il mouse, sollevare una borsa o praticare attività sportive. Una delle cause più comuni di questa sintomatologia è l'epicondilite, conosciuta anche con il nome di gomito del tennista.

Nonostante la denominazione richiami uno sport specifico, questa condizione può interessare anche persone che non hanno mai giocato a tennis. Il problema riguarda infatti i tendini coinvolti nei movimenti del polso e delle dita, che possono essere sottoposti a sollecitazioni ripetitive durante il lavoro, lo sport o le normali attività quotidiane.

Per chi cerca informazioni sul gomito del tennista a Roma, il Dott. Marco Scacchi, specialista in Ortopedia e Traumatologia con particolare interesse per le patologie del gomito e della spalla, si occupa della valutazione e del trattamento delle problematiche tendinee e articolari.

Riconoscere tempestivamente i sintomi dell'epicondilite e comprendere quali trattamenti siano disponibili permette di affrontare il problema attraverso un percorso terapeutico adeguato alle caratteristiche del singolo paziente.

gomito del tennista

Che cos'è l'epicondilite e perché viene chiamata gomito del tennista?

L'epicondilite laterale è una patologia che interessa i tendini dei muscoli estensori dell'avambraccio, cioè le strutture che contribuiscono ai movimenti di estensione del polso e delle dita.

Questi tendini si inseriscono sull'epicondilo laterale, una piccola prominenza ossea situata nella parte esterna del gomito, all'estremità inferiore dell'omero.

Sebbene il termine epicondilite suggerisca un'infiammazione, nella maggior parte delle forme persistenti il problema è riconducibile soprattutto a una tendinosi, ovvero un'alterazione degenerativa del tessuto tendineo associata a processi di riparazione non completamente efficaci.

Quando il tendine viene sottoposto ripetutamente a carichi superiori alla sua capacità di adattamento, possono svilupparsi modificazioni strutturali che provocano dolore durante determinati movimenti.

La patologia è particolarmente frequente tra i 30 e i 50 anni e interessa approssimativamente l'1-3% della popolazione generale.

Il nome gomito del tennista deriva dalla frequenza con cui il disturbo può manifestarsi negli sportivi che utilizzano ripetutamente la racchetta, ma il sovraccarico tendineo può verificarsi in numerose altre situazioni.

Quali sono le cause dell'epicondilite?

Alla base dell'epicondilite si trova generalmente un sovraccarico funzionale dei tendini che si inseriscono nella zona laterale del gomito.

Movimenti frequenti, intensi o eseguiti senza un adeguato recupero possono provocare microtraumi ripetuti. Nel tempo, questi possono alterare la normale struttura del tendine e favorire l'insorgenza di dolore.

Non è necessariamente un singolo episodio traumatico a determinare la patologia: spesso si tratta della conseguenza di sollecitazioni accumulate nel corso delle settimane o dei mesi.

Attività sportive e movimenti ripetitivi

Il tennis rappresenta uno degli esempi più conosciuti, soprattutto per i gesti tecnici che richiedono una presa salda della racchetta e movimenti ripetuti dell'avambraccio.

Tuttavia, il disturbo non riguarda esclusivamente gli sport con racchetta.

Anche altre attività che prevedono movimenti frequenti del polso, presa prolungata o utilizzo ripetitivo degli arti superiori possono aumentare il carico sui tendini estensori.

L'intensità degli allenamenti, la tecnica utilizzata e l'assenza di un recupero sufficiente possono contribuire alla comparsa dei sintomi.

Lavoro manuale, computer e attività quotidiane

L'epicondilite può manifestarsi anche in ambito professionale, in particolare nelle persone che svolgono mansioni caratterizzate da movimenti ripetitivi o dall'impiego prolungato della forza di presa.

Tra le attività potenzialmente associate al sovraccarico troviamo:

  • Utilizzo frequente di utensili manuali o strumenti vibranti.

  • Lavori di manutenzione e giardinaggio.

  • Operazioni che richiedono di stringere, avvitare o ruotare ripetutamente il polso.

  • Attività manuali intensive che coinvolgono l'avambraccio.

  • Uso prolungato del mouse, soprattutto in presenza di posture poco ergonomiche e altri fattori di sovraccarico.

È importante ricordare che non tutti coloro che svolgono queste attività sviluppano un'epicondilite. La comparsa del disturbo dipende dall'interazione tra intensità del carico, capacità di adattamento dei tendini e caratteristiche individuali.

Sintomi del gomito del tennista: come riconoscere il problema

Il segnale più caratteristico dell'epicondilite è il dolore localizzato nella parte esterna del gomito, spesso avvertito in corrispondenza dell'epicondilo laterale.

Inizialmente il fastidio può comparire soltanto durante attività impegnative o dopo movimenti ripetitivi.

Con il tempo, se la sintomatologia persiste, anche gesti quotidiani possono diventare dolorosi.

Dolore durante la presa e il movimento del polso

Uno dei segnali più comuni è la difficoltà nel compiere azioni che richiedono una presa energica.

Afferrare una bottiglia, sollevare una pentola, stringere una mano oppure utilizzare determinati strumenti può provocare un aumento del dolore.

Il fastidio può intensificarsi anche quando si estende il polso contro resistenza o quando si eseguono movimenti di rotazione dell'avambraccio associati a uno sforzo.

In alcune persone il dolore non rimane confinato al gomito, ma si estende lungo l'avambraccio e può raggiungere la zona del polso.

Riduzione della forza e dolore persistente

Un altro sintomo frequente è la sensazione di avere meno forza nella mano, soprattutto quando si cerca di stringere saldamente un oggetto.

Questa difficoltà può essere conseguenza del dolore provocato dalla contrazione dei muscoli collegati ai tendini interessati.

Nelle forme più persistenti, il fastidio può essere presente anche durante il riposo e interferire con le normali attività.

La presenza di dolore laterale, tuttavia, non indica automaticamente un'epicondilite: esistono altre condizioni che possono provocare sintomi simili e che devono essere considerate nella valutazione specialistica.

Diagnosi dell'epicondilite: quali controlli sono necessari?

Per identificare correttamente il gomito del tennista è fondamentale una valutazione clinica.

Lo specialista raccoglie innanzitutto informazioni sulla comparsa dei sintomi, sulla loro durata e sulle attività che provocano o peggiorano il dolore.

Particolare attenzione viene dedicata alle abitudini lavorative, sportive e ai movimenti abitualmente eseguiti con l'arto interessato.

L'importanza della visita ortopedica

Durante l'esame clinico il medico valuta la localizzazione del dolore, la mobilità articolare e la risposta a specifiche manovre che sollecitano i muscoli estensori dell'avambraccio.

La palpazione della regione epicondiloidea e alcuni test contro resistenza possono contribuire a orientare la diagnosi.

La visita permette inoltre di verificare l'eventuale presenza di altre problematiche che possono causare dolore nella stessa regione.

Radiografia, ecografia e risonanza magnetica

Non tutti i pazienti con sospetta epicondilite necessitano di esami strumentali.

Quando il quadro clinico è caratteristico, anamnesi ed esame obiettivo possono essere sufficienti per formulare la diagnosi.

In situazioni selezionate, tuttavia, il medico può richiedere ulteriori approfondimenti:

  • Radiografia: utile soprattutto per indagare eventuali alterazioni ossee o altre cause di dolore.

  • Ecografia: consente di studiare le caratteristiche dei tendini e individuare possibili alterazioni strutturali.

  • Risonanza magnetica: può essere indicata nei casi complessi, persistenti o quando è necessario approfondire l'estensione del danno e valutare altre condizioni.

La scelta dell'esame dipende sempre dalle caratteristiche del singolo caso.

Come si cura il gomito del tennista?

Il trattamento dell'epicondilite viene stabilito considerando la durata dei sintomi, la loro intensità e l'impatto sulla vita quotidiana.

Nella maggior parte delle situazioni si inizia con un approccio non chirurgico, finalizzato a ridurre il dolore e migliorare progressivamente la capacità del tendine di tollerare i carichi.

Molti pazienti ottengono un miglioramento attraverso un percorso conservativo, anche se i tempi di recupero possono variare e richiedere diversi mesi.

Riposo relativo e modifica delle attività

Una delle prime misure consiste nel ridurre temporaneamente le attività che provocano un sovraccarico tendineo.

Questo non significa necessariamente immobilizzare completamente il braccio, ma modificare i movimenti o l'intensità degli sforzi responsabili della sintomatologia.

Per esempio, può essere utile adattare determinate mansioni lavorative, ridurre temporaneamente i carichi sportivi o migliorare l'ergonomia della postazione di lavoro.

L'applicazione di ghiaccio può contribuire ad alleviare il dolore in alcune situazioni.

Anche i farmaci antinfiammatori non steroidei, quando appropriati e prescritti o consigliati dal medico, possono essere utilizzati per il controllo temporaneo dei sintomi.

Queste misure devono essere inserite in un percorso complessivo, perché il semplice riposo non sempre è sufficiente a ripristinare la capacità funzionale del tendine.

Fisioterapia per l'epicondilite: recuperare movimento e forza

La riabilitazione rappresenta uno dei principali strumenti per affrontare il gomito del tennista attraverso un trattamento conservativo.

L'obiettivo non è soltanto attenuare il dolore, ma migliorare la tolleranza dei tendini ai carichi e favorire il recupero della funzionalità dell'arto.

Il programma fisioterapico può comprendere esercizi di mobilità, stretching e rinforzo progressivo dei muscoli dell'avambraccio.

Esercizi e terapie fisiche

Gli esercizi vengono adattati alla fase della patologia e alla risposta individuale del paziente.

Particolare importanza assume il recupero graduale della forza e della capacità di eseguire i movimenti che in precedenza provocavano dolore.

In alcuni casi possono essere valutate terapie fisiche complementari, come onde d'urto, laserterapia o ultrasuonoterapia.

L'efficacia di queste metodiche può variare e non tutte dispongono dello stesso livello di evidenza scientifica. Per questo vengono considerate in relazione al quadro clinico e non come sostituti automatici dell'esercizio terapeutico.

La costanza nel percorso riabilitativo e una gestione adeguata dei carichi sono elementi importanti per favorire il miglioramento nel tempo.

Infiltrazioni per il gomito del tennista: quando vengono considerate?

Se il dolore persiste nonostante un trattamento conservativo adeguato, lo specialista può valutare ulteriori possibilità terapeutiche.

Tra le opzioni utilizzate in casi selezionati rientrano le infiltrazioni di plasma ricco di piastrine (PRP), ottenuto dal sangue del paziente e impiegato con l'obiettivo di favorire i processi biologici di riparazione tissutale.

I risultati riportati dagli studi scientifici non sono uniformi e il beneficio non può essere garantito in ogni situazione.

Le infiltrazioni con corticosteroidi, invece, possono offrire un sollievo a breve termine, ma presentano limiti importanti per quanto riguarda i risultati successivi e le possibili recidive. Per questa ragione il loro impiego non è generalmente raccomandato come soluzione di routine per l'epicondilite.

La decisione relativa a un eventuale trattamento infiltrativo deve essere presa dopo una valutazione specialistica.

Intervento chirurgico per epicondilite: quando è necessario?

La chirurgia viene presa in considerazione soltanto in una minoranza dei casi, soprattutto quando il dolore e la limitazione funzionale persistono nonostante un trattamento conservativo correttamente seguito.

Generalmente, una valutazione chirurgica può essere considerata dopo circa 6-12 mesi di terapie non chirurgiche senza risultati soddisfacenti.

L'obiettivo dell'intervento è trattare il tessuto tendineo degenerato e, quando necessario, procedere alla riparazione delle strutture interessate.

Chirurgia a cielo aperto

La procedura tradizionale prevede una piccola incisione nella regione esterna del gomito.

Attraverso questo accesso, il chirurgo può individuare il tessuto tendineo patologico, rimuovere le porzioni degenerative e intervenire sulle strutture coinvolte secondo le necessità.

Trattamento artroscopico dell'epicondilite

In pazienti selezionati può essere utilizzata una tecnica artroscopica.

Questa procedura prevede piccole incisioni attraverso le quali vengono introdotti una telecamera e strumenti chirurgici dedicati.

L'artroscopia permette di visualizzare le strutture articolari e trattare il tessuto patologico attraverso accessi di dimensioni ridotte.

La scelta tra chirurgia aperta e artroscopica dipende dalle condizioni cliniche, dalle caratteristiche della lesione e dalla valutazione del chirurgo.

Quanto tempo serve per guarire dall'epicondilite?

Una delle domande più frequenti riguarda la durata del disturbo.

Non esiste un tempo di guarigione uguale per tutti: alcune persone migliorano nell'arco di settimane, mentre altre possono presentare sintomi per diversi mesi.

La durata dipende da numerosi fattori, tra cui l'intensità del sovraccarico, il tempo trascorso dalla comparsa dei sintomi e la possibilità di modificare le attività che provocano dolore.

Anche la risposta individuale alla fisioterapia e agli altri trattamenti influisce sul recupero.

È importante non interpretare la semplice diminuzione del dolore come un'autorizzazione a riprendere immediatamente tutti gli sforzi precedenti.

Un ritorno graduale alle attività consente di adattare progressivamente il tendine alle sollecitazioni abituali.

Gomito del tennista a Roma: il ruolo della valutazione specialistica del Dott. Marco Scacchi

Quando il dolore laterale al gomito continua a ripresentarsi o limita le attività quotidiane, una valutazione ortopedica può aiutare a identificare l'origine del problema e stabilire le opzioni di trattamento più appropriate.

Il Dott. Marco Scacchi, specialista in Ortopedia e Traumatologia a Roma, si occupa delle patologie del gomito e della spalla, comprese le tendinopatie e le alterazioni di origine degenerativa o traumatica.

Nell'ambito della visita vengono considerate la storia clinica, le caratteristiche del dolore, le eventuali limitazioni funzionali e le esigenze specifiche del paziente.

La gestione dell'epicondilite richiede infatti un approccio personalizzato. Le necessità di uno sportivo possono essere differenti da quelle di una persona che svolge un lavoro manuale o trascorre molte ore al computer.

L'obiettivo della valutazione è individuare un percorso terapeutico coerente con il quadro clinico, privilegiando quando possibile il trattamento conservativo e riservando procedure più invasive alle situazioni che ne presentano effettiva indicazione.

Domande frequenti sull'epicondilite

Il gomito del tennista può comparire anche senza praticare sport?

Sì. L'epicondilite può interessare chiunque svolga attività ripetitive con il polso e l'avambraccio. Lavori manuali, utilizzo di strumenti e alcuni movimenti quotidiani possono contribuire al sovraccarico tendineo.

L'epicondilite è un'infiammazione?

Non si tratta necessariamente di un'infiammazione in senso tradizionale. Soprattutto nelle forme croniche, il problema è legato a modificazioni degenerative del tendine, motivo per cui viene spesso utilizzato il termine tendinosi.

È necessario interrompere completamente l'attività fisica?

Non sempre. In molti casi viene consigliata una riduzione temporanea dei movimenti dolorosi e una successiva ripresa graduale. Le attività consentite devono essere valutate in base ai sintomi e alle condizioni individuali.

Le infiltrazioni risolvono definitivamente l'epicondilite?

Non esiste una garanzia di guarigione definitiva attraverso le infiltrazioni. Il PRP può essere considerato in casi selezionati, ma i risultati sono variabili e deve essere valutato dallo specialista.

Quando si deve prendere in considerazione la chirurgia?

L'intervento viene generalmente riservato a situazioni persistenti, quando un percorso conservativo adeguato non ha portato benefici soddisfacenti dopo diversi mesi, solitamente almeno 6-12.

Affrontare l'epicondilite con un percorso di cura personalizzato

Il gomito del tennista è una patologia tendinea frequente che può influire sulla qualità della vita, sulla capacità lavorativa e sulla pratica sportiva.

Riconoscere correttamente i sintomi e individuare le cause del sovraccarico rappresenta un passaggio importante per impostare il trattamento.

Nella maggior parte dei casi viene privilegiato un approccio conservativo, basato sulla modifica delle attività e sulla riabilitazione. Le infiltrazioni e la chirurgia vengono valutate soltanto quando esistono indicazioni specifiche.

Per chi desidera approfondire l'epicondilite e il trattamento del gomito del tennista a Roma, il Dott. Marco Scacchi mette a disposizione una scheda dedicata alla patologia, con informazioni su diagnosi e possibilità terapeutiche.

Scopri l'approfondimento sull'epicondilite e sul gomito del tennista del Dott. Marco Scacchi.

Questo articolo è destinato esclusivamente all'informazione e alla divulgazione sanitaria. I contenuti non sostituiscono una visita specialistica, una diagnosi medica o un trattamento personalizzato.

Protesi di Gomito a Roma: guida a intervento, rischi e recupero

 

Protesi di Gomito a Roma: tipologie, intervento e recupero con il Dott. Marco Scacchi

Il dolore persistente al gomito, la difficoltà a piegare o distendere il braccio e la perdita di stabilità articolare possono compromettere anche le attività quotidiane più semplici. In presenza di danni articolari particolarmente gravi, soprattutto quando i trattamenti conservativi non hanno fornito risultati soddisfacenti, può essere necessario valutare un intervento di sostituzione protesica.

Per chi desidera approfondire il tema della protesi di gomito a Roma, il Dott. Marco Scacchi, specialista in Ortopedia e Traumatologia con particolare interesse per le patologie del gomito e della spalla, rappresenta un riferimento per una valutazione specialistica delle condizioni articolari e delle possibili opzioni terapeutiche.

Comprendere come funziona una protesi di gomito, quali tipologie esistono e cosa aspettarsi dalla riabilitazione è importante per affrontare con maggiore consapevolezza il percorso di cura.

Protesi di gomito: quando può essere necessaria?

Il gomito è un'articolazione complessa che mette in comunicazione il braccio con l'avambraccio attraverso tre ossa: omero, radio e ulna. La loro interazione consente movimenti fondamentali come la flessione, l'estensione e la rotazione dell'avambraccio.

Queste funzioni permettono di svolgere azioni comuni, dalla semplice apertura di una porta al sollevamento di piccoli oggetti, fino ai gesti che richiedono di ruotare il palmo della mano.

Alcune patologie degenerative, infiammatorie o traumatiche possono compromettere progressivamente la struttura articolare. Quando il danno è avanzato, possono comparire dolore continuo, rigidità, limitazione dei movimenti e instabilità.

Tra le condizioni che possono rendere necessario prendere in considerazione una protesi di gomito rientrano:

  • Artrosi avanzata, anche conseguente a precedenti traumi.

  • Artrite reumatoide e altre malattie infiammatorie articolari.

  • Fratture complesse che non possono essere ricostruite adeguatamente.

  • Fratture non consolidate e gravi esiti traumatici.

  • Alterazioni articolari associate a instabilità importante.

La chirurgia protesica non rappresenta necessariamente la prima scelta terapeutica. La sua indicazione dipende dalla gravità del quadro clinico, dai sintomi, dalla qualità dell'osso e dalle caratteristiche individuali del paziente.

Quali sono le principali tipologie di protesi del gomito?

Non tutte le lesioni del gomito richiedono la sostituzione dell'intera articolazione. Esistono diverse soluzioni protesiche, progettate per intervenire sulle strutture effettivamente danneggiate.

Le principali sono la protesi totale di gomito, l'endoprotesi dell'omero distale e la protesi del capitello radiale.

La scelta viene effettuata dallo specialista sulla base della localizzazione del danno, della stabilità articolare, delle condizioni dei legamenti e delle esigenze funzionali della persona.

Protesi di Gomito a Roma

Protesi totale di gomito: caratteristiche e indicazioni

La protesi totale viene utilizzata nei casi in cui il deterioramento coinvolge le principali superfici articolari del gomito.

L'intervento consiste nella sostituzione della parte terminale dell'omero e della porzione superiore dell'ulna mediante componenti artificiali. Negli impianti collegati, queste componenti sono unite da un sistema meccanico che funziona in modo simile a una cerniera, consentendo i movimenti di flessione ed estensione.

Questa soluzione può essere indicata in presenza di artrite reumatoide con grave compromissione articolare, artrosi avanzata oppure conseguenze di precedenti traumi.

Un'altra possibile indicazione riguarda alcune fratture molto complesse dell'omero distale nei pazienti anziani, soprattutto quando non è possibile ottenere una ricostruzione stabile mediante placche e viti.

La sostituzione totale può inoltre essere valutata in caso di fratture non guarite o di instabilità articolare particolarmente importante.

Recupero e limitazioni dopo una protesi totale

Uno degli obiettivi principali dell'intervento è ridurre il dolore e consentire un recupero funzionale sufficiente per svolgere le normali attività quotidiane.

Occorre tuttavia considerare che una protesi totale non permette necessariamente di utilizzare il braccio senza restrizioni.

Generalmente viene raccomandato di evitare il sollevamento ripetuto di pesi superiori a 2-3 kg e di non sollevare carichi superiori a circa 5 kg con l'arto operato.

Queste indicazioni possono variare in base all'impianto e alle condizioni del paziente, ma il rispetto delle limitazioni è importante per ridurre le sollecitazioni meccaniche e favorire la durata della protesi.

Endoprotesi dell'omero distale: una sostituzione parziale

L'endoprotesi dell'omero distale, definita anche emiartroplastica di gomito, è una soluzione chirurgica che prevede la sostituzione soltanto della porzione inferiore dell'omero.

A differenza della protesi totale, le superfici articolari appartenenti al radio e all'ulna vengono mantenute.

Questa caratteristica consente di conservare una parte importante dell'anatomia naturale dell'articolazione, quando le condizioni cliniche lo permettono.

Quando viene scelta l'emiartroplastica?

L'endoprotesi può rappresentare un'opzione per alcune fratture complesse dell'omero distale che non risultano riparabili attraverso le tecniche tradizionali di osteosintesi.

Per poterla prendere in considerazione è necessario che le superfici articolari di radio e ulna siano sufficientemente conservate.

Un altro elemento determinante è rappresentato dai legamenti: devono essere integri oppure ricostruibili, perché contribuiscono alla stabilità del gomito.

In situazioni selezionate, questa procedura può essere considerata anche per pazienti attivi e relativamente più giovani rispetto a quelli abitualmente candidati alla sostituzione totale.

Quali risultati aspettarsi dall'endoprotesi?

Il mantenimento delle superfici articolari naturali dell'avambraccio può consentire una gestione dei carichi meno restrittiva rispetto a quella prevista per alcune protesi totali.

Questo non significa, però, che sia possibile sottoporre il gomito a sforzi eccessivi senza conseguenze.

Con il passare del tempo, infatti, la cartilagine naturale rimasta può andare incontro a usura.

Per questo motivo, anche dopo un risultato chirurgico soddisfacente, è importante programmare controlli specialistici periodici e rispettare le indicazioni relative all'utilizzo dell'arto.

Protesi del capitello radiale: trattamento delle fratture complesse

Il capitello radiale è la parte superiore del radio, un segmento osseo di forma approssimativamente discoidale situato in prossimità del gomito.

La sua funzione è importante sia per la rotazione dell'avambraccio sia per il mantenimento della stabilità articolare.

Quando questa struttura presenta danni non ricostruibili, può essere necessario sostituirla con una protesi dedicata, preservando le altre superfici del gomito.

In quali casi si utilizza la protesi del capitello radiale?

Una delle indicazioni più frequenti riguarda le fratture del capitello radiale caratterizzate dalla presenza di numerosi frammenti ossei che non possono essere riposizionati e fissati in modo affidabile.

La sostituzione protesica può essere particolarmente importante quando la frattura è associata a una lussazione del gomito oppure a lesioni dei legamenti.

In queste circostanze, il capitello radiale contribuisce alla stabilità complessiva dell'articolazione e la sua sostituzione può essere necessaria per ripristinare un adeguato equilibrio articolare.

Più raramente, la procedura viene presa in considerazione per conseguenze di vecchie fratture o fenomeni artrosici localizzati.

Movimento e attività dopo l'intervento

Rispetto alla sostituzione totale del gomito, l'intervento sul capitello radiale interessa una porzione più limitata dell'articolazione.

Viene eseguito frequentemente anche in persone giovani e attive che hanno subito un trauma.

In molti casi è possibile recuperare una buona mobilità e tornare progressivamente alle attività abituali, comprese quelle lavorative.

Anche la ripresa dello sport può essere possibile, ma deve essere valutata considerando la gravità del trauma iniziale, le eventuali lesioni associate e il recupero della stabilità.

Le tempistiche e le attività consentite vengono stabilite dallo specialista in relazione all'evoluzione clinica.

Riabilitazione dopo una protesi di gomito: perché è fondamentale

Il percorso terapeutico non termina con l'intervento chirurgico. La riabilitazione costituisce infatti una componente fondamentale del recupero funzionale.

Dopo un'operazione di protesi del gomito, è importante recuperare gradualmente il movimento e la capacità di utilizzare il braccio nelle attività compatibili con il tipo di impianto.

Il programma fisioterapico viene definito considerando la procedura eseguita, le condizioni dei tessuti e la stabilità articolare.

Nelle settimane successive all'intervento, il fisioterapista può guidare il paziente attraverso esercizi mirati al recupero progressivo della mobilità e, quando consentito, della forza muscolare.

La gradualità rappresenta un aspetto essenziale: anticipare movimenti o carichi non autorizzati può compromettere il percorso di guarigione.

Accanto alla fisioterapia, sono necessari controlli periodici con il chirurgo. Le valutazioni cliniche e gli eventuali esami radiografici permettono di verificare la posizione delle componenti protesiche e le condizioni dell'articolazione nel tempo.

Rischi e possibili complicanze dell'intervento

Come qualsiasi procedura chirurgica, anche l'impianto di una protesi di gomito presenta potenziali rischi.

Tra le complicanze possibili rientrano le infezioni, la rigidità articolare e i disturbi legati all'irritazione del nervo ulnare, che decorre in prossimità del gomito.

Nel lungo periodo possono inoltre verificarsi fenomeni di usura o mobilizzazione delle componenti protesiche.

La presenza di questi rischi non significa che si manifestino necessariamente. È però importante conoscerli e discuterli con il chirurgo prima di prendere una decisione.

Un'adeguata selezione del paziente, il rispetto delle indicazioni postoperatorie e il monitoraggio dell'impianto sono elementi importanti del percorso di trattamento.

Protesi di Gomito a Roma: la valutazione specialistica del Dott. Marco Scacchi

La decisione di ricorrere a una sostituzione protesica richiede un'attenta analisi delle condizioni articolari e delle necessità individuali.

Il Dott. Marco Scacchi, medico specialista in Ortopedia e Traumatologia a Roma, si occupa della diagnosi e del trattamento delle patologie del gomito e della spalla, comprese le condizioni degenerative, infiammatorie e traumatiche.

Durante la valutazione specialistica è possibile approfondire l'origine dei sintomi, la gravità delle alterazioni articolari e le eventuali possibilità terapeutiche.

Non esiste infatti una protesi universalmente adatta a tutti. Età, caratteristiche anatomiche, qualità ossea, stabilità dei legamenti e richieste funzionali contribuiscono a orientare la scelta.

Anche quando l'intervento rappresenta una possibile soluzione, è fondamentale comprenderne gli obiettivi, le limitazioni e il percorso di recupero previsto.

Domande frequenti sulla protesi di gomito

Quanto tempo può durare una protesi di gomito?

La durata di una protesi dipende da diversi fattori, tra cui la tipologia dell'impianto, l'età del paziente e l'intensità delle attività svolte. Evitare carichi eccessivi e rispettare i controlli programmati può contribuire a preservarne la funzionalità.

L'operazione per la protesi di gomito provoca dolore?

Nel periodo immediatamente successivo all'intervento può essere presente dolore postoperatorio, che viene gestito attraverso specifiche terapie farmacologiche. Uno degli obiettivi della sostituzione protesica è ridurre il dolore articolare preesistente.

Dopo quanto tempo si possono riprendere le attività quotidiane?

Il recupero non è identico per tutti. Molte attività leggere possono essere riprese nell'arco di alcune settimane, compatibilmente con il tipo di intervento e seguendo le indicazioni del chirurgo e del fisioterapista.

È possibile praticare sport dopo una protesi di gomito?

Dipende dalla protesi impiantata e dalle condizioni dell'articolazione. Dopo la sostituzione del capitello radiale, in alcuni casi è possibile riprendere anche attività sportive. Con una protesi totale, invece, vengono generalmente sconsigliate discipline che prevedono forti carichi o impatti.

Come capire quale protesi di gomito sia più indicata?

La scelta richiede una valutazione specialistica. Il chirurgo considera la sede e l'estensione del danno, l'età, la qualità dell'osso, la stabilità articolare e le esigenze quotidiane del paziente.

Conclusioni: un trattamento personalizzato per recuperare la funzionalità del gomito

La protesi di gomito rappresenta una possibile opzione terapeutica per le persone che presentano gravi danni articolari associati a dolore, rigidità o instabilità.

La disponibilità di differenti tipologie di impianto permette di affrontare situazioni cliniche diverse, dalla compromissione estesa dell'articolazione alle fratture che interessano soltanto specifiche componenti ossee.

La scelta del trattamento deve sempre essere personalizzata e accompagnata da un percorso riabilitativo adeguato, oltre che da controlli specialistici nel tempo.

Per approfondire le possibilità di trattamento della protesi di gomito a Roma, è possibile rivolgersi al Dott. Marco Scacchi e richiedere una valutazione ortopedica specialistica.

Contatta il Dott. Marco Scacchi per una visita specialistica per il gomito a Roma.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente finalità divulgative e non sostituiscono la visita medica, la diagnosi o le indicazioni di uno specialista.