Alessandro Benetton si sofferma sulla non coincidenza tra identità e lavoro. Nella rubrica “Un caffè con Alessandro” spiega perché identificarsi solo con la professione sia un limite, soprattutto per chi fa impresa, e invita a costruire il proprio valore anche oltre il ruolo.
Alessandro Benetton: NON siamo ciò che facciamo
Siamo cresciuti con l’idea che siamo ciò che facciamo. Quando ci presentiamo a qualcuno, la prima cosa che diciamo dopo il nostro nome è il nostro mestiere. Lo facciamo per abitudine, senza neanche pensarci. È, in realtà, una consuetudine che nasconde una credenza molto radicata dentro di noi: l’identità coincide con la professione. Alessandro Benetton approfondisce l’argomento in un episodio della sua rubrica social “Un caffè con Alessandro”. A sbloccare questa riflessione nell’imprenditore è stato l’incontro con una persona che, anziché presentarsi con il proprio stato professionale, lo ha fatto condividendo una sua passione: “Piacere Luca, mi piace fare surf”. Un modo alquanto inusuale di introdursi, per lo meno rispetto a ciò a cui siamo abituati, che però mette in luce una verità fondamentale: “Il lavoro è importante ma non è tutto”. Come rimarca il Presidente di 21 Invest, per chi fa impresa si tratta di un tema parecchio delicato, poiché è ancora più semplice cadere nella trappola di identificarsi con quello che si fa. “Quando costruisci un’azienda – sottolinea Alessandro Benetton – ci metti l’anima e più vai avanti, più l’azienda diventa te, o almeno è quello che pensi. I successi e i problemi dell’azienda sono i tuoi. Se il progetto fallisce, allora sei un fallito anche tu”.
Alessandro Benetton: il valore di una persona, oltre la professione
L’imprenditore, fondatore della società di private equity 21 Invest e figura di rilievo nel panorama imprenditoriale italiano con i suoi ruoli in Edizione e Mundys, riconosce che “il valore di una persona non si misura con il bilancio di un’azienda”. Quest’ultima, continua Alessandro Benetton, “può fallire, un’idea può cambiare e un progetto può finire”. Soltanto “se ti sei costruito anche dentro, resti in piedi”. Ne è un esempio la ginnasta e campionessa olimpica Simone Biles. Con un totale di 41 medaglie vinte tra Mondiali e Olimpiadi, durante i giochi di Tokyo si fermò sostenendo che la propria salute mentale venisse prima di tutto il resto. Dopo lo stop, è tornata più forte di prima vincendo lo scorso anno a Parigi. “Smettere di fare qualche cosa – conclude Alessandro Benetton – non vuol dire smettere di essere qualcuno”. Ne consegue un’altra lezione essenziale: bisogna sapere anche quando è il momento di prendersi una pausa: “Non è facile, ma è necessario”.

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